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Lettura a quattro mani. Valzer per vite appese

La sedia con le gonne

di Mario Coglitore

 

La donna caduta fa quello che fanno tutti i disperati, fa la sua insurrezione, nell’ombra, con le armi che ha.

Alexandre Dumas figlio, La questione della donna 

 

Ne ho viste cadere tante di donne nel corso della mia esistenza piuttosto lunga, devo dire, per un uomo del mio secolo. Il vantaggio di appartenere alla borghesia francese colta mi ha consentito alcuni privilegi nella dieta alimentare che la maggioranza degli europei non ha avuto. Forse basterebbe ripensare a Dickens e alle sue vivide e impietose descrizioni della Londra di metà Ottocento per prendere coscienza del reale stato delle cose.

Nell’epoca dell’elettricità, dei treni e del telegrafo sembriamo lanciati verso un futuro di progresso e sviluppo baciati dalle labbra metalliche della tecnica. Ma per molti si è trattato soltanto di stenti e di miseria, materiale e morale. Tutto volge verso destini iperbolici, piantando salde radici di alberi dal tronco possente che proiettano verdeggianti ombre. Invece si tratta, molto più prosaicamente, di edifici grigi e fumanti che scaricano liquami innominabili nei fiumi e giù sino al mare. L’età delle ciminiere. Che da giovane ho visto spuntare una a una, sentinelle implacabili dell’economia di mercato e per converso dello sfruttamento indecente di uomini, donne e persino bambini.

Mio padre, Alexandre Dumas, di cui porto lo stesso nome, mi ha sempre detto che ci sono due rimedi per ogni male: il tempo e il silenzio. Ma io non sono mai riuscito a stare zitto e il passare dei giorni l’ho sempre vissuto nel turbamento dell’anima. Dello spirito, dovrei dire meglio, per usare un termine caro a noi figli del Romanticismo imbevuti di sacri principi, quelli cioè su cui potevamo almanaccare mentre altri lavoravano al posto nostro.

La borghesia d’Europa ha fatto dell’ipocrisia un’arte, senza dimenticarsi di ricorrere alla menzogna se necessario. Agli intellettuali, in fin dei conti, è stato chiesto di celebrare le magnifiche sorti e progressive, per citare quel poeta italiano morto così giovane e destinato certamente a essere ricordato nei decenni a venire, di una società che è stata capace perfino di esaltare le sue sanguinose conquiste nelle colonie, nonostante inimmaginabili violenze. Quindi, mi pare necessario puntualizzare alcuni aspetti deteriori di questo intricato tessuto sociale, posto che siano davvero soltanto “alcuni”.

Nei salotti in cui anche le sedie hanno le gonne, nascondendo pudicamente gambe di legno, ne ho sentiti di ragionamenti “alti”, addirittura svettanti, mentre una giovane cameriera con i guanti bianchi, a coprire mani screpolate dall’eccessivo uso di sapone e acqua gelida, serve il thé o i liquori attenta a non sbagliare un movimento per il terrore di essere licenziata sui due piedi e cacciata di casa. Più che ragionamenti, decaloghi del “dover essere”, puntigliosi, snervanti, ricoperti con glasse stucchevoli di malcelato disprezzo verso i cosiddetti delinquenti, minaccia all’ordine sociale compunto e odioso di mercanti d’arte, alti funzionari dello Stato, notai, avvocati, industriali, medici, magistrati, professori d’accademia, imprenditori del cotone, prelati, e verso le donne. Soprattutto verso le donne.

La sessualità “vittoriana” si nasconde in mezzo a sepolcri imbiancati che spavaldamente la additano come un male seducente e ammiccante, infetto come il vaiolo, da demonizzare e di cui parlare a voce bassa; un male che si annida nelle viscere femminili impedendone la funzione essenziale: riprodurre della specie. Le donne, per natura, l’ho sentito argomentare molte volte, non possono provare piacere, non è nelle loro facoltà. Sono istintivamente portate ad accoppiamenti brevi e castissimi per sfornare creature urlanti davanti a Dio e agli uomini, compiendo così il loro destino di fattrici. Meglio se di maschi e non di femmine, naturalmente, specie nel caso dei primogeniti cui verrà affidato il patrimonio familiare. Funziona in questo modo per volere divino e è consigliabile non chiedersi nemmeno perché, salvo disturbare la compostezza di una mentalità che non tollera pericolose deviazioni su cattive strade.

Se il “sesso gentile”, terribile locuzione per imporre, anche dal punto di vista linguistico, una subalternità spolverata con zucchero a velo, si allontana su vie pericolose, poi, o addirittura rivendica un viaggio controcorrente che le liberi da un’angosciosa schiavitù della mente e del corpo, scatta unanime, sdegnosa, violenta, la condanna. Inappellabile. Corre in specie sulla bocca di coloro che normalmente fanno della pratica sessuale esecrata a parole un uso costante, torbido, incessante e proditorio. Doppiezza malevola dell’adulto “vittoriano”: morigerato padre di famiglia e timorato di Dio durante il giorno; consumatore compulsivo di carne femminile nelle notti buie di bassifondi maleodoranti.

Ma esistono stanze proibite che si possono frequentare anche alla luce del sole. Io l’ho fatto, quando mi sono perdutamente innamorato di Alphonsine. Ero giovane in quegli anni di rivoluzioni. Barricate che preludevano a ricomposizioni politiche nazionali osteggiate da quanti paventavano il potere soverchiante di classi dirigenti che avrebbero schiacciato il popolo dopo aver millantato la concessione di libertà e riforme in realtà subito negate.

Lei ha sfidato quel potere intrusivo e capillarmente diffuso ovunque schiaffeggiando con le sue camelie maschi ottusi e benpensanti che, ben educati e spavaldi, cercano favori e prestazioni amorose che le loro mogli non sono capaci di dare loro, imprigionate nel ruolo di fedeli custodi del focolare domestico e sapienti allevatrici di uno stuolo di figli riottosi e insopportabili. Lei, considerata né più né meno che una prostituta, ha preso tutto ciò che ha potuto dalla vita senza risparmiarsi, assaggiandone i frutti più dolci e soprattutto quelli più amari. Fino a che la malattia non ha spezzato l’insopportabile giogo che la teneva prigioniera di questi uomini dall’animo violento e dalla insaziabile bramosia. Gli stessi che la domenica frequentano la chiesa del quartiere o le grandi cattedrali inginocchiandosi davanti agli altari e prendendo la comunione.

Io sono uno di costoro, senza dubbio. Uno dei tanti che ha ceduto volentieri alle ambiguità della borghesia nazionale pronta a spergiurare sul proprio stesso nome pur di garantirsi l’impunità che considera un suo diritto. Il diritto di chi comanda e vive, nell’attimo stesso in cui ne dichiara la necessità imprescindibile, al di sopra delle leggi, conoscendone una sola, quella del tornaconto personale. Nel silenzio della complicità maschile, nell’assuefazione ai bisogni più gretti e innominabili.

Ho creduto di riscattare le storture di questa comunità nazionale denunciandone le contraddizioni nell’opera teatrale, con la messa in scena, pubblica, di abomini di cui sono stato comunque complice, nonostante qualche migliaio di righe vergate con l’appassionata foga del fustigatore di coscienze. Nella stagione del mio tramonto, divenuto famoso tanto quanto mio padre, che pure aveva ingravidato la vicina di casa cieco di fronte alle conseguenze del suo gesto, comprendo bene che nulla cambierà mai veramente, almeno finché non accetteremo le donne per ciò che sono: una parte inalienabile del fuoco che brilla nel camino assieme alla nostra, intrecciandosi nella stessa fiamma.

E adesso chiedo la sua assoluzione e la sua benedizione, padre, se crede di potermele impartire naturalmente, perché le ginocchia mi fanno male e la posizione è piuttosto scomoda. D’accordo, le firmerò una copia de La signora delle camelie, non appena riuscirò a reggermi in piedi. Mi dica la verità, padre: ma mi ha ascoltato veramente?

 

 

Je suis Alphonsine Rose Plessis

di Saveria Chemotti

Se sei una donna forte

proteggiti dalle bestie che vorranno

nutrirsi del tuo cuore.

Usano tutti i travestimenti del

carnevale della terra:

si vestono da sensi di colpa, da

opportunità,

da prezzi che si devono pagare.

Non per illuminarsi con il tuo fuoco

ma per spegnere la passione

l’erudizione delle tue fantasie.

 

Gioconda Belli, Se sei una donna forte

 

Avete fatto scempio della mia storia, disprezzato la mia vita, corrotto i miei sentimenti. Perché vi siete tanto scandalizzati, se io sono stata il prototipo di una società fondata sul traffico di merci umane, a cui tanti si sono ispirati per rimpinguare i loro patrimoni? Salvo poi santificarmi come eroina romantica, immortalata in pagine celebri come vittima sacrificale dello strapotere patriarcale e di una malattia, il mal du siécle, che ha fatto vittime soprattutto tra le creature fragili. La medicina ciarlatana pensava che la tubercolosi fosse imputabile a passioni amorose e che, nelle donne, aumentasse la libido.

Per Alexandre Dumas figlio, sono diventata Marguerite Gautier, lo specchio della falsità e dell’immoralità della società francese del XIX secolo, di un sistema fondato sul moralismo che si arricchiva con le prostitute, tante ragazze giovani e fascinose, salvo poi abbandonarle, ripudiarle, nel momento in cui non erano più in grado di produrre ricchezza o piacere.

Un quadro estremamente vivido che calca la penna sull’ipocrisia che contraddistingue in modo endemico quel mondo borghese che si pulisce la bocca con una paternalistica comprensione verso le giovani donne che cadono in errore proclamando la recisa censura verso il vizio e la corruzione dei costumi.

L’innamoramento tra cliente e cocotte, infatti, non era previsto, anzi rappresentava uno scandalo che si sanava solo con la redenzione e il conseguente pentimento della cortigiana che, spesso, veniva immolata sull’altare del perbenismo soprattutto se moriva di stenti e di tisi, sacrificando la sua felicità e la sua libertà. A dirla con parole più semplici: se faceva il favore di togliersi velocemente dai piedi per fare posto a un’altra comprimaria. Sana, si sperava.

Anche Giuseppe Verdi ha attinto a questo racconto musicando un melodramma di grande potenza in cui io sono Violetta, la protagonista di una drammatica liason con il giovane Alfredo che mi amerà intensamente, pur ondeggiando tra passione e rancore, tra legge del padre e legge del cuore. I giovani, si sa, non hanno sempre le idee chiare.

In entrambe le versioni io muoio disperata e la mia anima, depurata dalla sofferenza, può ambire di salire in cielo. Con buona pace dei miei clienti.

Nella realtà io mi chiamo Alphonsine, sono nata da una famiglia di umili origini, da una madre disgraziata e da un padre violento costantemente ubriaco, un cagnolino come unico amico solidale, «il solo essere che ho amato», ma ho lottato strenuamente per emanciparmi dagli stenti della miseria per diventare una cortigiana dai modi sublimi e di bellezza fresca e ammaliante, ma ho saputo stregare gli uomini non solo con il potere del corpo e le arti amatorie, ma anche con quello della mente. So leggere e scrivere, da autodidatta, ho una discreta cultura e mi sono istruita alle arti della conversazione non solo della seduzione.

Occhi neri, capelli d’ebano, pelle di pesca, stile ricercato, apparenza verginale, vent’anni esplosivi: così mi raccontavano nei fumoir tra un calice e l’altro di champagne, un bicchierino di assenzio, la fata verde in grado di destabilizzare le mente e il corpo di coloro che lo consumavano, particolarmente amato dagli artisti, scrittori e pittori che a questo liquore si rivolgevano in cerca di ispirazione.

Ho accolto nel mio letto schiere di amanti, fossero abbienti signori membri dell’alta finanza o inquieti rampolli di buona famiglia, tenendoli al guinzaglio, strappandoli a mogli e madri edificanti che, mentre loro si rotolavano con me, accudivano la progenie illustre del mercante che le tradiva.

Contente, spesso di esserselo tolto dai piedi per avere modo di spettegolare con le amiche del loro lignaggio.

Mi invidiavano queste beghine à la creme sussurrandosi improperi indecenti mentre ciondolavano coi loro vestiti di trine e merletti nei salotti alla moda di Parigi. Passeggiatrici sul parquet. Il volto trattato con ciprie e belletti, stringevano il loro carnet di ballo tra le mani ingioiellate, fingendosi richieste da una folla di spasimanti, emettendo trilli mascherati da gioia e inghiottendo fiele velenoso appena io mi affacciavo alla festa.

Dicono che io abbia lasciato un segno in chi mi ha avvicinato, un segno talmente profondo che non si cancellava più. Tutti anime candide che proclamavano ad alta voce il loro disgusto per noi prostitute di alto bordo, salvo poi chiederci favori, sesso, confidenza.

Tutto a pagamento? Certo! Puttana sì. Scema no.

Sono stata un lusso per pochi. Una cortigiana tra le più famose, ricercata, desiderata e, per un periodo, la più ricca della capitale.

Ho frequentato gli Champs-Elysées, partecipato a tutte le rappresentazioni teatrali, alle

manifestazioni pubbliche del lusso, ai balli, a ogni spettacolo, sempre in compagnia dei miei oggetti identitari, parte del mio fascino segreto che diventava subito mistero: l’occhialino, un sacchetto di dolci e un mazzo di camelie che dovevano essere bianche per 25 giorni al mese e rosse per i giorni restanti: si dice che comunicavo così in modo molto discreto se ero disponibile per un incontro amoroso.

Le solite malelingue.

Non so se sapete che nel linguaggio dei fiori e delle piante la Camelia è il simbolo per antonomasia della devozione eterna tra gli innamorati. Bianca è simbolo dell’amore casto e puro, rossa è simbolo di passione e di amore erotico. Nelle campagne da cui io provengo, fino a poco tempo fa, davanti all’immagine della Madonna collocata nelle edicole sparse un po’ ovunque in prossimità dei villaggi, le ragazze ponevano fasci di camelie rosse nei quattro o cinque giorni del loro ciclo mestruale, chiaro messaggio di appartenenza orgogliosa e segreta ai culti della terra, alle sequenze biologiche della femminilità che scandisce l’alternanza tra vita e morte, ma anche la rinascita nell’amore.

La sublime danza del petalo e del calice che percorrono il ciclo vitale congiuntamente,

rappresentando alla perfezione la persistenza dell’amore e la devozione reciproca, simboleggia la stima, l’ammirazione e la bellezza per via della consistenza del fiore che non perde petali, ma crolla e si stacca dal ramo tutto insieme, ancora integro, un fiore che si fa ammirare solo quando è certo di potersi rappresentare nella sua totale perfezione e poi si lascia cadere a terra creando un meraviglioso e morbido tappeto di petali.

Ha una sua dignità, come me, la camelia. Una sorta di messaggero oscuro del mio destino, vista la sua breve, fugace esistenza.

Lo prova il fatto che io sono stata davvero tanto corteggiata e desiderata, ma, come avviene purtroppo nel mio mondo, e forse anche nel vostro, sono rimasta sola con me stessa nei momenti più difficili della mia breve esistenza, consumata da un morbo certamente aggravato dai miei eccessi e dalle passioni estreme.

Pensate a me come allo sfolgorio di una cometa, intenso, ma breve; o meglio, come scrive Dumas, una stella che tramonta così come è sorta, «senza fulgore.»

Eros e Thanatos, come legge impone.

Procedendo in bilico tra realtà e finzione, io ho folleggiato «di gioia in gioia», indossando spesso una maschera di allegria per nascondere l’angoscia che mi serrava la gola quando percepivo che un’ombra costante mi seguiva. Ho pagato di persona a caro prezzo le decisioni che ho preso nella mia vita, ma al tempo stesso sono stata capace di rinunciare alla mia felicità per colui che ho amato, riamata.

Lui mi manca più di quanto io riesca a ricordarmi.

Oggi, con un po’ di acrimonia, mi rendo conto che io sono stata complice di un progetto sancito da un clima compromissorio che concedeva la solidarietà come alleggerimento della coscienza e addolcimento furbesco, dopo la deplorazione. Non taccio della censura che ha negato il supplizio nel dolore fisico, la febbre, i sudori notturni, il delirio, lo strazio della fine soffocata, mettendomi in bocca parole fuorvianti e indegne per qualsiasi creatura che abbandona questo mondo e il suo amante adorato: «Come mi sento bene».

In verità io muoio disperata, cercando tenacemente di riafferrare la vita, ribellandomi in nome del mio diritto «a confidare nell’avvenire», consapevole che faranno di me lo stereotipo vincente di una prostituta sacrilega che aspira a diventare una donna angelicata e che si riscatta per salire a Dio.

Agnus Dei.

Purtroppo, la mia agonia sarà simile a quella di molte altre.

Allora vi prego: non cadete nell’inganno perché la trappola è ancora in funzione.

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