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ll racconto. Lo sputo (il tempo e la vita)

Quando era piccolo, i genitori erano disperati. L’avevano punito. Anche severamente. Gli
avevano spiegato con le buone che quelle azioni non si dovevano compiere, che se le
avesse subite da altri non le avrebbe apprezzate. Niente da fare. Il bambino non poteva
fare a meno di sputare dalla finestra. Il risultato fu che nessuno passava più sotto le
finestre dei Brusamolin. Chi proprio ne era costretto, vi si aggirava con malcelata
circospezione, fingendo di tanto in tanto di scrutare il cielo e parlare del tempo. Nella
città, la reputazione della rispettata famiglia di macellai ne perse qualcosa, almeno dal
punto di vista della capacità di educare i figli.
Lo sputo del piccolo Gioacchino non era comunque un gesto violento, di dileggio.
Colpire i passanti non costituiva lo scopo del ragazzino, se non di tanto in tanto. La
ragione per cui Gioacchino non poteva fare a meno di sputare era molto più profonda,
qualcosa che si poneva alla frontiera tra la ricerca scientifica e l’indagine filosofica.
Gioacchino intendeva comprendere il significato della caduta, assaporare appieno il senso
di quel percorso regolare, immancabilmente destinato a spiaccicarsi al suolo. In quella
inesorabile e uniforme caduta voleva trovare delle differenze, delle novità, dei fatti che
potevano cambiare il destino dello sputo trasformandolo in qual cosa di variegato,
diverso. Che potesse in qualche modo sfuggire al destino del suolo. Allo stesso tempo
voleva riuscire a condensare tutti i suoi pensieri nel breve periodo della caduta. Voleva
comprendere tutti i reconditi significati del perché, una volta lasciata la bocca, il senso
dello sputo diventava un tutt’uno con lo spiaccicamento al suolo. Oppure sulla testa
dell’incauto passante, cosa comunque poco rilevante a fini euristici. Gioacchino, non
trovava interessante pensare a tutti i significati della caduta se non mentre aveva luogo.
A ogni sputo succedevano grosso modo le stesse cose, eppure Gioacchino non poteva
fare a meno di ripetere l’atto di continuo sperando di cogliere, comprendere quel qualcosa
che sempre gli sfuggiva. Sperava, inconsciamente, che un giorno l’inesorabilità dello
schianto sarebbe stata smentita. Che lo sputo tornasse su, o che rimanesse a librarsi
nell’aria. Questo non succedeva mai, sebbene talora a causa del vento o della pioggia, la
caduta acquisisse effettivamente strane traiettorie o, persino, lo sputo si disperdesse tra le
gocce d’acqua.
Uno sputo dopo l’altro, tra loro simili. Eppure, ciascuno diverso, in un altro momento,
con un’identità propria che tutti, non solo l’esperto ragazzo, sapevano cogliere. Gli
interlocutori di Gioacchino, le poche volte che aveva affrontato con altri il discorso,
avevano sempre convenuto che nessuno sputo era uguale all’altro. Ma a nessuno
importava molto di tale osservazione così che Gioacchino ben presto non ne parlò più.
Gioacchino rimaneva contrariato quando lo sputo deviava dalla retta via della caduta
libera. Le deviazioni lo distraevano dalla ricerca del senso della caduta. Quando gli sputi
erano deviati da fatti esterni, restava in Gioacchino quella sensazione di incapacità di
cogliere l’insieme della caduta. Il tiro puro, a cui aspirava, doveva piombare senza
deviazioni sul terreno. Talora si avvicinava a tale perfezione, ma qualcosa mancava
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sempre. Oppure, se era perfetto o molto prossimo alla perfezione, quando lo sputo aveva
finito la sua corsa, Gioacchino si accorgeva di essersi in qualche modo distratto e di non
essere riuscito a cogliere nemmeno quella volta …. a cogliere … a cogliere l’arcano che
gli sfuggiva.
Il più delle volte si rendeva conto che quando lo sputo era caduto sul terreno, lui non
aveva avuto il tempo di capire quello che era successo e ne rimaneva angosciato. Così
che di quello sputo non gli era rimasto nulla, nemmeno nella mente. Avrebbe voluto
fermarlo per poter terminare i suoi ragionamenti che non potevano cominciare prima
dello sputo né terminare dopo il contatto con il terreno. Quindi doveva cominciare ogni
volta daccapo. E allora continuava a sputare. Avrebbe voluto tenere sospeso almeno uno
degli sputi per poter finire i suoi ragionamenti … avrebbe voluto dire come Faust:
“Verwaele doch, du bist so schon …” che forse detto di uno sputo è un po’ troppo
letterario.
Mentre cadeva, pensava Gioacchino, lo sputo non sa fino all’attimo prima che finirà sul
terreno con uno schianto. Capiva tutto questo prima di sputare, ma non riusciva a farlo
mentre lo sputo cadeva poiché regolarmente si distraeva a osservarlo e, mentre guardava,
il tempo gli sfuggiva.
Da grande Gioacchino non aveva perso la sua deprecabile abitudine. Solo che evitava di
farsi sorprendere da altri a compiere quel suo gesto maleducato. La cosa aggiungeva alla
situazione una lieve ironia che Gioacchino stesso percepiva, ma non bastava comunque
ad eliminare la tensione di riuscire ad afferrare una volta per tutte il senso di quegli
attimi. Nella sua vita, Gioacchino aveva conosciuto momenti felici e tristi, aveva ottenuto
successo nel lavoro dopo aver passato un periodo difficile quando la ben avviata
macelleria della famiglia era fallita e lui non sapeva più che pesci pigliare. Si era sposato,
aveva avuto dei bravi figli e una discreta relazione con la moglie. Non aveva comunque
mai abbandonato la sua abitudine.
Invecchiando, ora, – e forse travolto da pensieri troppo tristi perché la filosofia e i farmaci
lo potessero da soli sostenere – gli cresceva sempre più il desiderio di sostituire se stesso
allo sputo, di provare di persona le stesse sensazioni. E così fece.

*. Versioni più ampie di questo testo sono state pubblicate in tre diverse raccolte di
racconti dell’autore


Corrado Poli

Docente / Scrittore

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