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Lettura a quattro mani. “Can-can” per desiderio e nuvole  

Mœrs de province. Il desiderio e la convenienza.

di Saveria Chemotti

 

Vorrei poterti abolire abolendo me stessa come abolendo te stesso tu mi

potresti abolire

per fare a tutti dire – di cosa mai parla questa pazza senza pudore

senza il coraggio di morire per amore.

 

Giovanni Giudici, La Bovary c’est moi

 

Io ero sulla bocca di tutti in Francia. Giovane, bella, dai gusti stravaganti, strozzata in una vita di provincia che odiavo, mi sono adattata inizialmente a sposare Charles Bovary, un modesto ufficiale sanitario, vedovo, che ho disprezzato e tradito con ardore.

Nessun senso di colpa. Date pure subito libero sfogo ai vostri giudizi moralistici. Chissà se avete avuto in vita un successo come il mio. Breve, ma entusiasmante finché la moneta ha girato copiosa dalle mie mani a quelle delle boutique del centro.

La mia fine era sottintesa. Il veleno che mi ha uccisa a 27 anni era già nelle mie vene fin dalla nascita, ma nessuno si è preoccupato di scoprirlo. Tantomeno il mio povero marito, uomo noioso e maldestro, vittima impotente dei miei raggiri e di sé stesso.

Ero il frutto di un’educazione sentimentale sbagliata.

Mi piaceva essere corteggiata, mi piacevano il lusso e le raffinatezze, mi piacevano gli uomini che me le concedevano e che condividevano con me fantasiosi vagheggiamenti romantici, conditi con sedute erot

 

iche di buon livello.

Léon Dupuis su tutti, amante elegante e passionale, ma timido e debole, che apprezzava come me le cose più belle della vita, senza per altro darmi modo di sanare i debiti che contraevo spendendo esorbitanti somme di denaro. Passione e tenerezza a iosa, ma non toccatemi il portafoglio.

Io, una sognatrice fuorviata dalle stucchevoli letture sentimentali che mi proiettavano nel mondo dell’alta società e del benessere, ho osato passare dalla teoria alla pratica, saltando dalla pagina al mondo reale, inciampando più volte nella mia dabbenaggine e nella banalità della provincia borghese, un ambiente ostile che mi opprimeva e mi attirava. Contemporaneamente, segnando drasticamente il mio destino.

È vero: io sono stata davvero la mia peggior nemica, ma Rouen, la Normandia con i suoi costumi mondani e la prosaicità della vita rurale, hanno soffocato subito le mie fantasie e mi hanno spinta a reazioni assurde. È stata proprio la vita quotidiana di questi parvenu del posto in cui vivo, la loro banalissima autoreferenzialità, a spingermi oltre il limite consentito.

Tutti benpensanti p

 

ronti a stracciarsi le vesti dinanzi al mio comportamento eccentrico e capriccioso, salvo poi ritirarsi in altre alcove, invidiando chi poteva giacere nella mia.

Non sono mai stata davvero felice, ho sempre preteso di raggiungere traguardi inaccessibili dilapidando un patrimonio di sensualità con visioni sfumate sull’orizzonte, minate da un’insoddisfazione congenita a cui non ho mai saputo porre rimedio.

Mi hanno descritta come un tessuto di bugie, efficaci per mascherare il vero e per farmi fraintendere anche quando operavo nel giusto. L’inadeguatezza del mio linguaggio, la mia inettitudine mi hanno impedito di esprimere emozioni ed idee che vagavano nella mia mente senza riuscire a rivelarsi.

Quante volte davanti allo specchio delle mie brame, mi sono chiesta se stavo mentendo anche a me stessa, se mascheravo coscientemente la realtà dei fatti, perché «una donna ha continui impedimenti. A un tempo inerte e cedevole, ha contro di sé le debolezze della carne e la sottomissione alle leggi. La sua volontà come un velo del suo cappello trattenuto da un cordoncino, palpita a tutti i venti, c’è sempre un desiderio che trascina e una convenienza che trattiene.»

Non è un caso che quando sono rimasta incinta io abbia sperato di metter al mondo un maschio. Ero ben edotta sulle ragnatele in cui una femmina sarebbe rimasta invischiata per essere a disposizione di un uomo.

Ho creduto di poter cambiare la mia vita uscendo dal paesotto in cui mi dibattevo per avanzare verso un più alto grado sociale, nonostante i pochi quattrini che avevo in tasca: nessuno mi ha aiutata a emergere, io stessa sono stata la vittima di un progetto che inficiava le coordinate della mia natura di donna incatenata a una famiglia.

Provare ho p

 

rovato, senza rendermi conto mai che le mie fantasie trascendevano la vita stessa e, quindi, non potevano realizzarsi.

Per trovare conforto alla mia delusione esistenziale, ai miei turbamenti ossessivi, ho cercato perfino rifugio nella religione, ma non ha funzionato che per un breve periodo.

L’ inconsapevole scissione tra le mie aspettative di vita, fondate certamente sugli stereotipi più scontati, mi hanno fatta sprofondare lentamente in uno stato di insoddisfazione psicologica, in una persistente malinconia che si è tradotta in indolenza, in fuga verso paesaggi immaginari, ma anche in ambizioni multiple represse. Sono rimasta ingabbiata nel mondo chiuso delle relazioni ipocrite e non sono riuscita mai ad accettare che le mie emozioni si spegnessero inesorabilmente, giorno dopo giorno. Non ho potuto condividere con nessuno il mio pathos, la mia gioia vitalistica, gli entusiasmi che l’esistenza poteva concedermi.

Nonostante le mie evidenti imperfezioni, sono sempre stata sorretta da uno spirito autentico, schietto e dinamico fino al punto da farmi dipingere come una poco di buono. Come scriverà Gibran, il grande poeta libanese, «il canto più libero non passa mai tra fili e sbarre.»

Non voglio essere compatita, ma neppure condannata in nome di principi moralistici d’antan: quasi tutti gli uomini del mio tempo avevano accesso all’agiatezza e alla proprietà, l’unica moneta a mia disposizione era un corpo gradevole, disponibile e passionale. Vendibile. L’ho usato come l’unica forma di capitale, allora assai ambito, che potevo metter sul mercato anche al prezzo della vergogna e dell’inganno.

Perfino quando ho scelto di entrare nel magazzino dove è custodito l’arsenico, mi sono appoggiata al mio fisico seducente, unica arma a disposizione per massacrarmi.

In articulo mortis, vi chiedo, però, di concedermi almeno il merito di aver mostrato quanto siano ridicole, soffocanti e potenzialmente perniciose le convenzioni socioculturali borghesi, i discorsi fatui e logorroici che hanno creato la grigia cappa di noia che mi ha ammorbata.

Certo, alla fine, non sarà l’impalcatura sociale a crollare, ma Emma.

Per questo vorrei essere ricordata non solo come una vittima della mia stessa ambizione e come sposa dissoluta. Fedifraga, certo, ma in balia di una dipendenza emotiva legata alla dicotomia insistita tra “brava” e “cattiva” che invadeva i melodrammi del mio tempo infarciti di cuori in tormento, giuramenti, singhiozzi, lacrime e baci.

Ho derubato, sono stata derubata e sono stata certamente un cattivo esempio di successo. Hanno coniato addirittura un neologismo per connotare chi, per sfuggire alla monotonia della vita di provincia, assume come me una personalità fittizia, in contrasto stridente con la realtà.

Nonostante tutto questo, lasciatemi ancora voler essere io.

Moi.

Per scegliere magari un finale diverso.

 

 

Le nuvole della Normandia

di Mario Coglitore

 

Ma che cosa c’è proprio in fondo in fondo,
quando bene o male faremo due conti,
e i giorni goccioleranno come i rubinetti nel buio
e diremo “…un momento, aspetti…” per non essere mai pronti,
signora Bovary, coraggio, pure
tra gli assassini e gli avventurieri,
in fondo a quest’ oggi c’è ancora la notte,
in fondo alla notte c’è ancora, c’è ancora….

 

Francesco Guccini, Signora Bovary

 

L’astio della provincia francese e le sue misurate ipocrisie mi hanno tormentato fin da piccolo. Sono scappato molte volte per sottrarmi a quella cappa di indistinto malessere da cui trasudano gocce leggere di pioggia malinconica. Ma sono sempre ritornato.

Il Canale della Manica porta spesso maltempo e insistenti giornate uggiose che il vento spazza con coraggio per restituirci, a tratti, il cielo terso, di un blu irresistibile. A Croisset, poco distante da Rouen, la mia città natale nella quale Giovanna D’Arco ha immolato se stessa bruciando nel martirio cui è stata costretta, ho ritrovato le atmosfere sopite degli inganni del mondo borghese, con la sua moralità d’accatto e i cattivi pensieri che nascondono innominabili fantasie, frustrazioni del corpo e dell’anima che ci rendono decadenti, angosciati e riottosi. Emma Bovary mi viene incontro un pomeriggio, non ricordo esattamente quale. Forse uno di quelli in cui la malinconia scorre nelle strade infilandosi tra le crepe dei muri.

La sua gioventù chiede vendetta e lei la pretende senza pudori. Una donna di paese che sfida la grande città pomposa e piena di opportunità, spandendo bagliori di vita dissoluta in cerimonie di corteggiamenti proibiti, emozioni elettriche che entrano sotto la pelle provocando turbamenti e impastando i desideri nella creta umida. Ne escono vasi sinuosi pieni di misteriosi sussurri e di piaceri incontenibili che ripongo in immaginari scaffali dopo averli accuratamente sigillati. Ho scritto per ore e ore, dileguandomi negli angoli sommessi della mia mente per spiare i suoi sogni e dare loro voce. Quando non urlo di liberazione.

L’arroganza e la compulsività patriarcale di una schiatta di figure opache e meschine, come quelle che ho intorno ogni momento, declinano il sentimento malato di una società opprimente, votata al commercio e allo sfruttamento con qualche concessione ad una cultura da mercato rionale che nelle rappresentazioni teatrali o nell’opera lirica blatera di principi altisonanti e melodrammatiche, quanto effimere, regole d’onore.

Lei divora tutto con l’ossessività famelica della donna che ha rotto gli argini, si fa ingoiare dai sensi e si abbandona ad una voluttà che la distruggerà da qui a poco. Ma tanto, che importa. L’unica cosa davvero preziosa è la vita, la spensieratezza, l’afferrare, per un unico, travolgente momento il parossistico abbandono della carne. Sovvertire l’assetto ingannevole del consueto, dell’ordinario, del pedissequo, le toglie il respiro mentre annusa l’instabile, l’eccessivo, scavalcando ogni limite imposto per dare scandalo nel brulicare delle condanne, delle esecrazioni, dei giudizi scandalizzati dei suoi timorati concittadini e soprattutto delle sue melense concittadine che affogano nella rabbia dell’invidia inginocchiate davanti al confessore, ogni santo venerdì in chiesa, a rimestare nelle loro coscienze arrotolate.

Arde in fretta, Emma Bovary, della sacra fiamma di una candela che spera non si spenga mai. Si è convertita a una sessualità disinibita per gustare le fragranze dell’inopportuno e le infinite possibilità offerte dal denaro, aprendo le stanze nascoste del puritanesimo corrotto. E scansa le trappole del destino, fin che ha potuto, sollevando le gonne all’ultima moda che arrivano direttamente da Parigi, chimera lontana e maestosa, e saltellando sui suoi stivaletti ticchettanti.

Ho corretto e ricorretto ancora alcuni “quadri” del romanzo, sino a quando gli occhi non mi si sono velati per la stanchezza, per dare alle parole la misura metrica di una sinfonia, schizzi di colore vitale che infilo nello spartito della composizione narrativa per punteggiarla di descrizioni precise, di tonalità emotive penetranti, di sensazioni di carta che il lettore dovrà assorbire per diventare tutt’uno col personaggio. È così che madame Bovary alla fine sono diventato io, riproducendo attraverso la scrittura la mia stessa esistenza trascorsa in un borgo affacciato sulla Senna e sedotto dal lento andare del fiume, tra mercanteggi e avidità, cuori di pietra e sommesse recriminazioni all’ombra della nostra Notre Dame aulica e impassibile in intarsi millenari di pietre silenziose.

Ma Emma non ha tempo che per pensieri peccaminosi, e odia le banalità del suo piccolo interstizio sociale ottuso e connivente. Crede che niente possa fermare la sua rivolta contro quell’avvilente trascorrere del tempo da cui si è emancipata. Suda intraprendenza e smaniosa voglia di impossibile. Consuma i suoi amanti come succhiasse liquirizia; ne assaggia il dolce e l’amaro insieme perché le restino bene in mente, spalmati sul palato per sempre mentre il naso si apre ad accogliere la freschezza dell’essenza, restituendo odori nuovi che prima non è stata in grado di percepire.

Povera, ingenua ragazza, traviata dal male oscuro della nostra epoca: la solitudine degli incompresi. Eppure, morde la realtà con tenacia, irrispettosa e assolutamente non rispettata, aggrappandosi alle tasche di uomini che la ripudiano subito dopo averla posseduta, e lei si consegna alle loro bramosie con il candore dei semplici, se vogliamo, pur di assurgere, per un attimo fugace, agli splendori della cortigiana.

Nelle notti d’Oriente del suo vivere trasgressivo brillano luci folgoranti di cui lei si veste per sembrare la stella di un firmamento invernale, quando il freddo rende quella luminosità trasparente e vivida.

Giocando al gatto e al topo rincorre le sue fantasie alimentandole di fiabe sincopate all’insegna del simultaneo, come accade per il pulsare elettrico del telegrafo lungo i fili di rame che corrono da una parte all’altra dell’Europa, raggiungendo località impensate. In quella ragnatela di segnali vibra anche la sua irriverente impudicizia che trabocca di voglia di vivere. Per questo Emma è la denuncia più schietta che potessi escogitare di questo universo di piccoli maschi e piccole femmine segnati dalla mediocrità.

Ho finito l’inchiostro. Mi alzo dalla sedia e respiro profondamente. Muovo le spalle per liberarle dalla rigidità della postura che mi ha tenuto inchiodato ai fogli.

Esco nella via con l’ultima luce calante cha preannuncia la sera. Riesco ancora a vedere le nuvole gonfie che attendono di confondersi col buio, proteggendo la luna. Sembra che mi guardino, dall’alto del loro spumeggiare rotondo.

Forse sono lì per me.

L’ultimo dei romantici.

 

 

 

 

 

 

 

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