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La Giustizia degli ominicchi

Dice: «Mi affido serenamente alla Giustizia». Dice l’altro: «Le sentenze non si discutono, si rispettano». Io che sono a dieta e non ho a disposizione frasi da baci Perugina, dico invece che della Giustizia, in Italia, si deve aver paura. Sì, lo so: sono politicamente scorrettissimo, sono irrispettoso.

Pazienza: ringrazio Dio di non aver mai avuto a che fare con le aule di tribunale se non per motivi di lavoro (giornalistico). E proprio perché conosco i miei polli, lo ribadisco: la giustizia si guadagna il podio dei problemi più gravi di questo Paese. Più della politica inadeguata? Più della criminalità organizzata? Sì. Perché dalla politica e dalla criminalità in un certo modo te lo aspetti. Perché i politici li puoi mandare a casa con il voto, e ai criminali danno la caccia polizia e carabinieri.

La magistratura, invece, nell’immaginario collettivo è un santuario di reliquie, di grandi uomini e integerrimi difensori del bene collettivo; un reliquiario alimentato da figure che sono nel cuore e nella mente di tutti noi, alcune cadute «nell’adempimento del dovere» con in cima Falcone e Borsellino. Ma non è questa la realtà, purtroppo. I magistrati sono uomini, e troppo spesso ominicchi. Come accade in tutte le categorie: anche tra i giornalisti, certo. Ci sono i campioni, ci sono quelli che fanno onestamente il loro lavoro, ci sono gli scarsi. E poi ci sono gli ominicchi. Il guaio è che troppo spesso a queste graduatorie corrispondono carriere inverse: fanno strada gli ominicchi. Una regola che in Italia vale in tutti i mestieri, in tutti gli ambiti. Ma quando si incrociano ominicchi di due categorie fondamentali per una democrazia, quali sono i giornalisti e i magistrati, allora la miscela è devastante. Ed è una miscela che da decenni ingolfa il motore di questo Paese.

Quello che è venuto alla luce in questi giorni, con le intercettazioni telefoniche di magistrati che coordinano azioni contro un ministro all’epoca in carica (“Salvini ha ragione, ma va attaccato”) e di giornalisti che con quegli stessi magistrati concordano e pianificano la pubblicazione di notizie parziali e pilotate a fini politici o di interesse personale, in un Paese normale avrebbe provocato un terremoto. E forse lo avrebbe provocato anche in Italia, se al posto di Salvini ci fosse stato un politico gradito alla consorteria degli ominicchi. Invece, silenzio.

Attenzione: non dobbiamo meravigliarci. Anzi, dobbiamo sorprenderci se c’è ancora chi si meraviglia, chi dice «ma no, cosa mi dici mai». Che cosa dovremmo aspettarci di diverso da una categoria che amministra la giustizia dividendosi in correnti di ispirazione politica? Davvero a qualcuno sembra normale che esistano Magistratura Indipendente, Magistratura Democratica, Area, Unicost e via sigleggiando? A nessuno viene il dubbio che accettare la divisione politica-partitica dell’autogoverno dei magistrati significhi avallare l’idea che la giustizia non è una, ma ha varie sfumature, punti di vista? Significa subordinare la giustizia al “confronto politico” (meglio, alla guerra per bande) che se è legittimo in un parlamento o in una istituzione di eletti, è inconcepibile in un contesto dove nessuno è eletto e in quanto tale espressione del popolo sovrano.

E l’altra faccia di questa medaglia taroccata siamo noi, i giornalisti. Molti dei quali si prestano per quieto vivere, comodità, convenienza, connivenza, a trasformarsi in postini. In buca delle lettere delle “notizie” (tra virgolette) che l’amico in Procura decide di far pubblicare, naturalmente guarda caso sempre e solo quando sono utili a sostenere i loro interessi personali (che troppo spesso coincidono con interessi politici). Quei giornalisti che chiamano “scoop” la pubblicazione di un avviso di garanzia, ben sapendo che in Italia basta quello per ottenere l’obbiettivo, e che gli esiti finali di un processo non hanno mai interessato nessuno se non le persone direttamente coinvolte.

Li conosciamo, li abbiamo avuti come compagni di banco. Profeti di un’idea della giustizia in cui «non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non sono ancora stati scoperti» (cit. Piercamillo Davigo). Sostenitori dell’idea che tutti hanno almeno uno scheletro nell’armadio, di cui loro hanno ovviamente la chiave che useranno al momento opportuno. Poi accade, ma guarda un po’ te, che in quel meccanismo infernale fatto di indagini, intercettazioni, avvisi di garanzia, veline e sgambetti politici finisca impigliato anche il loro golfino di cachemire. E lo scheletro, in quell’armadio, è il loro. Ma tranquilli, non se ne preoccupano più di tanto. Sanno bene come funzionano le cose, in Italia. Soprattutto nei giornaloni, dove guarda caso lavorano e fanno carrierone i nomi saltati fuori in questo periodo, nelle vesti di obbedienti postini. Qualche riga seminascosta nelle pagine interne di pochi giornali “nemici” (e in quanto tali, va da sé, inaffidabili) e chi si è visto si è visto. Il gioco continuerà, via un Palamara ne arriverà un altro. L’importante è che sia della corrente amica, e se non è amico lo faremo diventare. Che ci vuole, la buca delle lettere è sempre aperta.

(da @ltroPensiero)


Ario Gervasutti

Giornalista

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