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Evitati anche dalla Grecia. E la colpa di chi è? Nostra

Siamo sinceri: dall’algida Austria e dall’ottusa Svizzera potevamo aspettarcelo. Una vena di razzismo o quantomeno di malcelato fastidio è palese nei confronti degli italiani da parte di questi nostri vicini scomodi, perciò che ora decidano di aprire i loro confini a tutti tranne che a noi può darci fastidio o farci ridere, ma non può sorprenderci più di tanto. Dalla Grecia invece, no. E ci indigniamo, ci arrabbiamo, ci offendiamo, ci lamentiamo. Ma abbiamo ragione?

Mettiamoci nei loro panni, quelli di un paese devastato da un decennio di austerity europea, dove trovare una medicina è un terno al Lotto come in Africa e i medici negli ospedali riescono a usare le mascherine a giorni alterni: quando – erano gli ultimi giorni di febbraio – in Lombardia e in Veneto i contagi raddoppiavano ogni giorno, i greci sono stati i primi a chiudere tutto. Nessuna ipocrisia ideologica: non potevano permettersi il rischio di un contagio diffuso. Niente aperitivi solidali, niente “Atene non si ferma”, niente “abbraccia un cinese al Pireo”: chiuso. E si sono quasi salvati.

Dai loro rifugi, in televisione e sui giornali, guardavano il solito spettacolo bifronte italiano: milioni di persone coraggiose, serie, rispettose, altruiste impegnate in una lotta che appariva impari negli ospedali, nei luoghi di lavoro, anche semplicemente in famiglia. E contemporaneamente migliaia di persone che si davano appuntamento sui balconi per cantare “Nel blu dipinto di blu”, che il 9 marzo (tre giorni dopo il lockdown) organizzavano raccolte alimentari per il popolo che moriva di fame (!), che davano spettacolo in Tv, sui giornali e sui social dividendosi nei soliti Orazi e Curiazi, o Guelfi e Ghibellini, coppiani e bartaliani: io sto con Pregliasco, no, io con Crisanti, io con la Capua, macché ha ragione mio cugino che ha saputo da una sua amica che è tutto falso, il virus è inventato. E ridendo e scherzando seppellivamo i morti. Dieci al giorno, poi cinquanta, poi cento, poi trecento, poi…

Poi abbiamo cominciato a vincere. Perché siamo cialtroni, ma quando vogliamo e dobbiamo, sappiamo fare le cose meglio degli altri. E mentre gli inglesi ancora ridevano, i francesi ci guardavano con la puzza di Camembert sotto il naso, svedesi e olandesi si bevevano due birre, i tedeschi non ne parliamo, qui i sacrifici hanno cominciato a pagare.

Però questa seconda parte della storia non l’abbiamo raccontata, soprattutto all’estero. E abbiamo continuato, ancora venti giorni fa, a ricevere compiaciuti l’affettuosa solidarietà dei pompieri inglesi che cantavano “Bella ciao”, di Lady Gaga preoccupata per i suoi parenti siciliani, dei russi che mandavano qui le brigate mediche in tuta mimetica, dei tedeschi che accoglievano in qualche terapia intensiva della Baviera un malato lombardo mentre centinaia di terapie intensive in Umbria, Toscana, Campania, Puglia, Abruzzo, Sicilia, perfino Veneto e Friuli restavano fortunatamente vuote. E siamo grati, sia chiaro, per queste affettuose e immaginiamo disinteressate manifestazioni di solidarietà. Davvero.
Ma mentre venivano manifestate, le cose qui andavano meglio e non solamente per grazia ricevuta ma perché ci siamo fatti un mazzo così. E soprattutto, in quegli stessi momenti le cose andavano peggio, molto peggio, nell’Inghilterra dei pompieri, nell’America di Lady Gaga, nella Russia dei militari in camice bianco e perfino nella Germania dei medici ospitali. Per non parlare di Svezia, Olanda, Brasile e gran parte del resto del mondo.

Siamo stati i primi a essere colpiti dopo la Cina, ma siamo stati anche i primi a reagire e a venirne fuori. E non è un’opinione, sono i numeri a parlare. La Germania nelle ultime ore ha registrato 353 nuovi casi positivi al virus, l’Italia 416: qualcuno vede una sostanziale differenza? L’indice di contagio in Germania ancora oggi è superiore a quello registrato in Italia. Figuriamoci in Inghilterra, Usa, eccetera. E lo è anche in Svezia. Ma nessuno si sogna di cantare dal balcone una canzone degli Abba per i poveri svedesi. Perché hanno raccontato al mondo una realtà diversa, e come loro i tedeschi, che ad esempio si sono ben guardati dal contare tra le vittime “per” coronavirus i morti “con” coronavirus.

Hanno sbagliato loro e abbiamo fatto bene noi? Può darsi. Anzi, diamolo per certo. Ma poi non lamentiamoci se in Grecia aprono le braccia ai turisti tedeschi e respingono i turisti italiani. Mettiamoci poi anche il piccolo dettaglio che se i greci si azzardano a chiudere le porte ai tedeschi, poi gli arriva la trojka mentre se si arrabbia Di Maio organizzano una festa in costume a Mykonos. Ma sono, appunto, dettagli.

In Germania non si sono sognati di riaprire la Baviera e non la Turingia, qui discutiamo da una settimana se chiudere nel loro recinto i lombardi o consentire che facciano le vacanze in Sardegna.

Ma se i sardi non li vogliono, perché mai i greci dovrebbero volere gli italiani? Ce la siamo cercata, ce la siamo voluta: teniamocela e mettiamocela via. La colpa è nostra, non loro.

(Tratto da www.altropensiero.net)


Ario Gervasutti

Giornalista

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