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Il modello sanitario internazionale della Serenissima: “guardarsi da chi non si guarda”  

La politica veneziana per contrastare la peste, comparsa a partire dal 1348 e ritornata con successive pandemie, produsse strutture portuali specializzate nell’isolamento e nell’espurgo delle merci e dei passeggeri. Ne derivò un modello sanitario che venne esteso ai domini della Serenissima e poi fu imposto agli altri scali internazionali, pena la loro sospensione dai commerci. Agli inizi del XVIII secolo, la rete di lazzaretti marittimi sulle rotte mediterranee e i cordoni sanitari terrestri sulle maggiori arterie di comunicazione erano diffusi e capillari così da garantire la sicurezza dei traffici mercantili, principali veicoli del contagio.  La tracciabilità degli spostamenti era rilevata per i singoli attraverso  certificati (fedi) e   per le navi tramite documenti di viaggio (patenti).

La pace di Passarowitz (1718) sancì per Venezia la perdita delle basi egee e mediterranee, lasciandola quasi prigioniera del suo Golfo, come era denominato ab antiquo il Mare Adriatico. L’Impero Asburgico raggiunse allora la sua massima espansione con l’annessione della Serbia del Banato e della Valacchia, perciò Carlo VI si ripromise di fare concorrenza commerciale alla Serenissima potenziando il porto di Trieste. Nel 1717 dichiarò la libera navigazione nell’Adriatico per sancire che il declino politico veneziano era oramai irreversibile. In realtà non cambiò nulla. Le navi veneziane continuarono a pattugliare e a sottoporre a dazi e controlli tutte le imbarcazioni che entravano dal Canale d’Otranto.  Due anni dopo, Carlo VI istituì i due porti franchi di Trieste e di Fiume e, per dotarli delle opportune strutture sanitarie, stabilì la costruzione di un lazzaretto sull’esempio di quelli veneziani. Ma ci vorrà la figlia Maria Teresa per mettere in atto una politica sanitaria articolata che potesse confrontarsi con l’esperienza secolare della vicina Repubblica.

All’epoca della peste di Marsiglia, nel 1721, il console d’Olanda, la nazione che aveva surclassato la Serenissima nel campo delle costruzioni navali e con le sue compagnie di navigazione ne aveva favorito il declino economico, chiese informazioni sull’organizzazione del suo Magistrato alla Sanità.

Nella lunga e articolata relazione di risposta, redatta dall’avvocato d’ufficio,  fra l’altro si legge: “l’esperienza ha dato conoscere ch’ella (la peste) nel Dominio Ottomano non sia mai del tutto estinta, qualunque esser possa la causa” come dimostravano le ricorrenti ondate epidemiche che lo colpivano con elevata mortalità. Poiché le stesse cause che impedivano l’estinzione della peste in quei luoghi potevano cagionare la sua diffusione negli altri paesi, si dovevano temere i contatti con tutto quel vasto impero non potendo “essere sicuro il commercio con un paese che, di quando in quando, suol essere infetto”.

La filosofia che aveva ispirato l’operato di oltre due secoli di difesa della sanità viene riassunta nel fondamentale assioma: “guardarsi da chi non si guarda” guardarsi cioè da tutto il Dominio Ottomano e dagli stati che con esso confinavano e commerciavano. Sospendere definitivamente i rapporti con essi avrebbe significato penalizzare le attività mercantili e la crescita economica, perciò la Repubblica introdusse le contumacie, ovvero periodi di isolamento nei lazzaretti la cui durata variava da 40 giorni, per il contagio conclamato, a moduli di sette, quattordici, o più giorni in relazione alla pericolosità del luogo di provenienza, procrastinabili in caso di insorgenza del morbo fra i contumacianti.  Le spese del soggiorno e delle pratiche di espurgo di merci e animali ricadevano sui passeggeri e sui mercanti che dovevano saldare il conto al momento del rilascio. In questo modo la Repubblica si garantiva un indotto, anche se le spese di manutenzione e restauro dei lazzaretti erano elevate.  La scienza brancolava nel buio, ma l’osservazione aveva portato a verificare che la malattia, con eventuale exitus, mediamente non superava la settimana e che l’unica prevenzione stava nel frapporre barriere spazio-temporali fra i focolai e le comunità sane.

Secondo questo principio, poiché le epidemie non conoscevano frontiere, il Magistrato alla Sanità diffondeva, non solo ai suoi Domini, ma anche agli altri paesi con cui era in contatto, compresi i suoi concorrenti, tutte le notizie che riusciva a reperire sull’esistenza e sull’ubicazione dei focolai epidemici, espletando sia il monitoraggio che l’informazione. Ciò faceva al fine di esportare e imporre il proprio modello sanitario anche agli altri paesi dell’Occidente e del Mediterraneo perché una più diffusa prevenzione avrebbe comportato maggiore sicurezza per tutti e garantito la sostenibilità dello sviluppo mercantile.

La circolazione di notizie, garantita dai carteggi internazionali, pose le premesse per la localizzazione della peste e per la sua percezione, non più come un flagello universale, ma come una malattia di origine straniera che era facile importare e necessario bloccare, elaborando una strategia internazionale di cui Venezia fu artefice e leader. Per questo, in concomitanza con il suo declino politico e la perdita delle basi egee, le nazioni emergenti come l’Olanda e l’Austria si preoccuparono di informarsi sul funzionamento del Magistrato alla Sanità e dei lazzaretti della Serenissima.

In questa ottica grande importanza ebbe per Venezia il Lazzaretto di Spalato costruito nel 1592, poi ampliato e ristrutturato dopo una epidemia nel 1609. Si estendeva sulla banchina fuori della cinta di mura ed era collegato alla città vecchia da una porta detta “del lazzaretto” che immetteva le carovane ottomane nella parte “sporca” per trascorrervi  la contumacia, scontata la quale, passavano alla parte “netta”. Di lì merci e passeggeri potevano imbarcarsi per Venezia.  In realtà i controlli sanitari cominciavano ben più a monte. I convogli mercantili provenienti dalla Bossina e dall’Albania Turca venivano accolti al confine del Prolog dove funzionari di sanità registravano le merci, gli animali e i mercanti.  Altre due tappe obbligate contemplavano verifiche di sanità alle fortezze di Sign e di Clissa.  Lungo tutto il tragitto si impediva che le carovane avessero contatti con le popolazioni dei villaggi che al loro passaggio dovevano chiudere porte e finestre. La Dalmazia, funestata da frequenti epidemie, era un territorio “cuscinetto” fondamentale per la sicurezza sanitaria di Venezia.  In caso di peste, come quella diffusa nel 1731 da un mercante di schiavine (coperte povere usate da soldati e marinai), si attivarono attorno a Spalato altri piccoli lazzaretti “campestri” con baracche in legno per il gran numero di malati e casette di tavole per i sospetti.  Durante la pestilenza diffusasi nel 1783-84 in Dalmazia, Angelo Diedo, Provveditore alla Sanità in Dalmazia e Albania, oltre ai tre ospedali, solitamente in uso, fece allestire quattro campi per il ricovero di appestati e contumacianti. Si impedì l’accesso delle carovane e si sospesero gli espurghi delle merci che si accumularono a dismisura. Il lazzaretto fu utilizzato per i malati e i sani evacuati dalla città vecchia, ritenuta pericolosa per le vie anguste e le case tra loro troppo vicine. Per contenere l’epidemia e impedire che potesse arrivare a Venezia, venne chiamato il capitano Gabriele Rivanelli del reggimento di Verona che creò lungo tutta la costa un cordone sanitario per sbarrare ogni via di accesso al mare. Il presidio, durato 14 mesi, si avvalse a terra di 90 caselli, cioè di casematte con muri a secco e tetto di paglia che potevano ospitare fino a sei persone ciascuna, per un totale di 348 guardie. Per mare la flotta di Angelo Memo pattugliava le coste per impedire sbarchi e imbarchi.

La peste mieté, solo a Spalato, 1.264 vite su 2.847 abitanti, ma non arrivò a Venezia.

 

Si può avere un’idea della vasta scala su cui operava il Magistrato alla Sanità della Repubblica dall’indirizzario usato dal suo ufficio che, nel 1770, contemplava l’invio di 6.990 copie dei proclami a stampa che indicavano i paesi infetti e sospetti. Il dato risulta essere attendibile perché non è tratto da relazioni encomiastiche o autocelebrative, ma da uno strumento operativo della segreteria.

La funzione di informatore internazionale, assolta dalla Serenissima attraverso il suo Magistrato alla Sanità, era talmente scontata e acquisita che negli archivi di sanità di altri stati è possibile reperire le copie dei proclami veneziani che comunicavano la sospensione o la riattivazione dei rapporti con paesi infetti o sospetti; tali proclami funsero da riferimento per l’adozione di analoghe misure negli altri stati europei.

Lo Stato Veneziano continuò ad esercitare la sua supremazia sanitaria anche durante la sua decadenza politica, utilizzando le isole Ionie  e la Dalmazia come baluardi di sanità per le navi e le carovane provenienti dal Levante con un’efficacia dimostrata dal fatto che, mentre l’Occidente continuò ad essere colpito da una incessante serie di pestilenze, la Repubblica restò indenne dai contagi grazie alle sue misure sanitarie, commerciando regolarmente con gli altri stati.  La peste colpì Barcellona (1651), Napoli e Genova (1656), Londra (1665), Marsiglia (1720), Messina (1742), Mosca (1771), con tassi di mortalità che oscillarono dal 22% al 50%, raggiungendo addirittura il 71% a Messina e a Reggio.

 

Il successo del modello veneziano venne riconosciuto dalle altre nazioni che presero come riferimento le sue strutture e la sua legislazione. La sede del Magistrato, ubicata vicino a Piazza San Marco, sul Bacino, costituì un riferimento internazionale. Per questo la Dominazione Francese volle abbatterla nel 1806 per farne i Giardini Reali, pensando di poter, così, azzerare la sua storia. Ma gli oltre mille faldoni di documenti conservati all’Archivio di Stato di Venezia continuano a narrarcela.

 

Per approfondimenti rinvio a: Le Leggi di Sanità della Repubblica di Venezia, a cura di N.E.Vanzan Marchini, voll. 5, Neri Pozza,Vicenza 1995- Canova,Treviso 2012; N.E. Vanzan Marchini, Venezia, la salute e la fede, De Bastiani, Vittorio Veneto 2011; Eadem, Venezia e Trieste sulle rotte della ricchezza e della paura, CIERRE, Sommacampagna 2016.

 

Illustrazioni:

Il Lazzaretto di Spalato

Il “Golfo di Venezia”, sec. XVIII.


Nelli Vanzan Marchini

Storica - Docente

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