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Il racconto. La rana bollita

Non vi lasciate allettare a quel tempio; udite la melodia di quel cantico misterioso; siete già coronati: ma dentro v’è l’ara; il sacrificante, il coltello, non v’è ancora la vittima.

UGO FOSCOLO, Ragguaglio di un’Adunanza dell’Accademia dei Pitagorici, 1810

 

Man mano che si inoltrava nel racconto, la sua voce diventava più lenta, quasi strascicata, come se le parole dovessero essere dissotterrate con un uncino e poi posate sul tavolino basso che la separava dal suo analista. Prima lente come se ognuna le facesse male a delinearsi tra le goccioline del respiro, poi sempre più veloci.

Non riusciva a capacitarsi di esserci cascata di nuovo, di provare una delusione così cocente da averla fatta vacillare. Un volo in picchiata vorticoso, disorientante e terribile.

Si era schiantata su sé stessa.

Ansimava.

– Sono un’ingenua. Una bambina che sogna ad occhi aperti e si costruisce un paesaggio su misura senza tener conto dei buchi neri che la circondano. Non mi sono mai accorta che attorno al mio magico mondo si aggiravano vampiri capaci di succhiarmi il sangue fino a debilitarmi. Io ho continuato a credere in un rapporto di affetto condiviso; mi sono spesa per ciascuno di loro senza chiedere mai risarcimenti, li ho difesi, protetti, aiutati in tutte le forme che la mia sensibilità poteva rintracciare.

Ero felice della loro felicità. Perché non ho intravisto il coltello che avevano tra i denti? –

Girava in continuazione il cucchiaio nella tazza con una tisana alla frutta che emanava un sottile profumo. Era un modo per trattenerle ferme le mani con cui, di solito, disegnava nell’aria i suoi discorsi.

La voce del terapeuta si materializzò

– Ne ho incontrati parecchi nella mia professione. Gente che succhia energia agli altri fino a togliergli le forze. Ne conosciamo tutti, ma non li riconosciamo per davvero. Stiamo stretti in loro compagnia e ci lasciano prosciugati, senza alcuna motivazione esplicita. –

La fissava con uno sguardo rassicurante, ma fermo, appoggiandosi allo schienale della poltrona.

– Le hanno succhiato via la linfa. Lentamente, ma inesorabilmente. Adesso lei si sente in colpa, perché sta male, ma soprattutto perché per la prima volta, nella vita, non si sente più sicura dei suoi sentimenti e dei suoi giudizi. Ha cavalcato da sola tutto il percorso precedente, adesso si trova davanti a un ostacolo che le sembra insormontabile. “L’inferno sono gli altri”. Si ricorda l’affermazione di Sartre? Non corteggi il baratro. Lo sfidi. Altrimenti finisce come la rana bollita. –

– Una rana. Che schifo. Viscida e gracidante? –

Silvia appoggiò di scatto la tazza e si infilò le mani tra i capelli, dimenticandosi di essere andata dalla parrucchiera per darsi un contegno e assumere un aspetto meno ributtante di quando si era specchiata al mattino.

La fulminò un pensiero malvagio.

– Sono qui a pagare uno che dovrebbe aiutarmi a sopravvivere e questo mi paragona a un animale schifoso. Meno male che non ha usato il maschile. Il rospo. –

Il dottore sorrise come se avesse letto su uno schermo il suo risentimento.

– La rana bollita è una metafora che descrive una sindrome psicologica. Se getta una rana in una padella sfrigolante, cosa fa? Usi l’immaginazione… –

– Se non è inebetita balza fuori? –

– Certo. Balza fuori. Ma se invece la mette in una pentola con l’acqua tiepida e poi alza gradatamente la temperatura, cosa succede? –

– Nuota? –

– No.- Il terapeuta si sollevò leggermente e si protese in avanti, fissandola intensamente.

– La rana resta dov’è. Fa sempre più caldo ma lei non si muove. Si acclimata. Si adegua alla temperatura. Non se ne va mai. –

– Che stupida, così muore… –

– Certo. Resta lì finché muore, ma non perché è stupida. L’hanno sedotta. I rapporti tra le persone che si scelgono iniziano sempre a temperatura ambiente. Con tenerezza. Con dolcezza. L’altra persona ti coinvolge, ti porta lentamente nel suo mondo e si impegna perché tu ti fidi di lei. Trova il tempo per conoscerti, per decrittare scientificamente il tuo comportamento, i tuoi pensieri, le tue debolezze. Ti circonda di attenzioni fino a quando tu avrai assoluto bisogno di lei. Allora alza la temperatura poco per volta. Tu sei in trappola e non ti accorgi che l’acqua sta bollendo. E muori. –

Silvia ascoltava graffiandosi i polsi. Aveva intuito dove voleva arrivare questo discorso apparentemente fuorviante. Mirava al centro. Al suo centro.

La voce sull’argine continuò.

– Le amicizie e gli affetti familiari possono essere pericolosi. Possono trasformarsi e diventare nocivi.

I suoi fratelli si sono nutriti della sua gratitudine, della sua generosità. Delle sue insicurezze e del suo amore per loro. Sapevano che lei non si sarebbe mai accorta del doppio gioco. Lei è sempre vissuta dentro la nicchia della famiglia intesa come luogo sacro e incorruttibile. Se è qui, e so che le costa molto, deve compiere un passo alla volta per ribellarsi al dolore che la paralizza. Non sarà facile, ma io credo che non sarà impossibile. –

– «Non con una clava il cuore si spezza…» –

– Non capisco. A cosa si riferisce? –

– È il primo verso di una poesia di Emily Dickinson. La mia poetessa preferita. (Non mi ricordavo Sartre, ma tu non conosci la Dickinson – borbottò in silenzio.)

Silenzio imbarazzante. Si inanellarono altre riflessioni, altri consigli, ma Silvia era finita davvero dall’altra parte del fiume e non scorgeva alcun ponte da attraversare dentro la nebbia che l’avvolgeva sempre più cupa.

Poi il decreto.

– Il tempo a sua disposizione è terminato. Rifletta su quanto ci siamo detti. Ci rivediamo tra una settimana. Nel frattempo le prescrivo un paio di farmaci utili a rasserenarla e a farla dormire.

– Mi droga? –

– Odio, non mi dica anche lei pensa che le medicine siano velenose? Che sia meglio soffrire e flagellarsi in continuazione invece che cercare un rimedio temporaneo al tornado che si è sviluppato nella sua mente e nel suo corpo? –

– Non vorrei che lei pensasse che io sono fuori di testa…-

– Lo è. Nel senso che tutte le sue certezze, i gradini a cui si rivolgeva per salire sempre più su, si sono svaporati. Deve affidarsi a delle corde nuove per riveder le stelle. Dante lo conosce, lo so. –

Abbozzò un sorriso di autocompiacimento.

Silvia prese la ricetta con una piega amara e si avviò all’uscita.

Infilò la porta rischiando di scivolare sul tappeto persiano sfolgorante di colori.

– Ci rivediamo – mormorò – Se non schiatto prima. –

Lui la seguì con uno sguardo di comprensione. Di pietà?

La luce mesta dell’ascensore la accolse. Sul cortile alberato l’attendeva la sua macchina. Bollente per il sole del pomeriggio.

Nel portabagagli si nascondevano ancora le poche cianfrusaglie che si era portata via da casa dopo la firma dal notaio. Il portagioie della mamma che era diventato nel tempo il contenitore per rocchetti di filo colorato per cucire, per cerniere, le forbici per tagliare le stoffe, un rotolo di corde variopinte. Il bacile di porcellana con la brocca dove si lavava da bambina. Il quadro con l’angelo custode che troneggiava sopra il suo letto. I libretti delle commedie che recitava suo padre e alcune foto di una famiglia devastata. Tutta qui la sua eredità.

Senza tener conto dello sfascio del suo cuore. Si ricordava nettamente quando aiutava il fattore a raccogliere il fieno per le bestie, trascinando con fatica il rastrello sull’erba medica. Aveva inventato un sistema ingegnoso per riuscire a leggere in contemporanea, inserendo un leggio sul manico con l’aiuto del falegname di famiglia che la prendeva in giro affettuosamente.

–  Per forza sei magra come uno stecco. Mangi solo libri! –

Avviò la macchina con qualche difficoltà, la frizione era consumata e necessitava di un veloce intervento del meccanico.

Nel tragitto verso il centro si ricordò dell’amico robivecchi che possedeva un’invidiabile collezione di cianfrusaglie raccolte svuotando vecchie soffitte. Le metteva da parte sempre qualche chicca, disegni, prime edizioni, diari, chincaglieria.

L’accolse calorosamente nel piazzale dei garage che fungeva da deposito.

– Che sorpresa prof! Ho delle cosette che ti piaceranno, porcellane francesi e un paio di calici in cristallo di Boemia. Vuoi vederli? –

– Cerco una rana. – buttò lì senza ascoltare.

– Una rana? Per farne che cosa? Hai bambini da accontentare? Sei la solita matta! –

– È una lunga storia. Vorrei trovarne una di ceramica anche grezza da mettere in terrazza tra i fiori. –

Gigi sparì dietro un ammasso di scatole e cassette in legno e riapparve trionfante con una rana enorme dipinta a mano, artigianato di pregevole fattura.

– Eccola. Tu sai che qui non manca mai niente. Te la regalo. Non mi capiterà mai più l’occasione di immaginarla sulla tua terrazza a fare la guardia alle api. Troppo divertente. –

– In verità, ti confesso, che vorrei evitare che la bollissero… Si tratta di un esperimento che è stato brevettato su di me. E fa malissimo. Tu non lo sai ma di recente io sono stata costretta a indagare sulle rane. Sono un’esperta di rane bollite sul fuoco. In persona. –

Gigi la guardò con gli occhi lucidi per le risate che gli scuotevano la pancia prominente. Borbottò parole impronunciabili, poi l’abbracciò come sempre infliggendole una sonora sculacciata.

– Non ho più cinque anni… o forse sì. Incartami le porcellane e i cristalli, così facciamo pari e patta.

Ci vediamo in settimana. –

Appoggiò la rana verde e gialla nel bagagliaio. L’avrebbe messa su una mensola in bella vista. Come si fa coi ricordi di gioventù.

L’autoritratto della sua dabbenaggine. Con una scritta stilizzata che ammoniva: attenti all’acqua tiepida.

Brucia.

 

 

 

 


Saveria Chemotti

Scrittrice

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