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Il racconto. “Il sarto e il corvo”

Il Novarini Romualdo faceva il sarto, ma come quasi tutti a Varzi aveva origini contadine. Pur abitando in paese da quando si era sposato – quarant’anni prima – conservava uno stretto legame con la natura. Appagava il suo bisogno di vivere tra le montagne e i campi circostanti il paese, andando a caccia quasi tutti i sabati e le domeniche. Quel sabato, però, non si sarebbe alzato alle quattro, non avrebbe svegliato il cane Bull e non avrebbe imbracciato i due fucili accuratamente preparati fin dalla sera. Non si sarebbe messo in cammino per i sentieri di là dello Staffora mentre il Sole, immerso nel sonno profondo, non pensava ancora di levarsi al pari di gran parte degli abitanti la Valle. Dormì fino alle sette e mezza. Si alzò e dopo la colazione preparata dalla moglie Ines e subito salì sulla sua Topolino giardinetta con le finiture esterne in legno. Si avviò verso Voghera lungo la strada, non ancora del tutto asfaltata, che correva a fianco della ferrovia a scartamento ridotto. A Voghera doveva acquistare alcune stoffe al mercato. La Ines gli chiese di comprare anche il caffè che a Varzi nell’immediato dopoguerra non si trovava ancora.

Il Romualdo provò una vera felicità a questa richiesta. Amava fare compere in genere e il caffè gli piaceva come nient’altro. Così quando entrò alla torrefazione, volutamente immemore dell’ordine della Ines di spendere poco, scelse quello più caro. Poi pregò la commessa di metterlo nella carta del caffè per famiglia affinché la Ines non si accorgesse della spesa folle. Servì a poco. Appena il Romualdo fu rientrato, come prima cosa la Ines controllò i grani. Andò nelle solite escandescenze quando si accorse del trucco del marito il quale, pur dispiacendosene nel profondo, ne fece il caso che meritava essendoci ormai abituato. Pranzarono tra le continue proteste e lamentele della Ines. La quale, come sempre, non apparecchiò con cura lasciando la carta del pane e dei salumi sulla tovaglia macchiata. Tanto meno si lavò, vestì o pettinò.

Alle due, come sempre al sabato, arrivai io. Il mio “sempre” era quello di un bambino di otto anni. Non so quante volte ci andai davvero dal sarto Romualdo. Fossero state anche solo una decina, a me sembrava l’abitudine di una vita. Il sarto stava bevendo il caffè buono mentre la Ines, anziché godere di quell’aroma superiore, reiterava lamenti e insulti alla prodigalità del marito. A Romualdo, uomo goloso e incline al godimento, piaceva assaporare quella bevanda e respirare il profumo diffusosi per la casa. Di nascosto alla Ines, mi passò i soliti cioccolatini. Questa volta ancora più buoni perché venivano da Voghera che per noi bambini di Varzi era come Genova per Paolo Conte. Non era solo per i cioccolatini che andavo da Romualdo ogni sabato pomeriggio. Lui mi raccontava di tante storie di caccia. Parlava degli animali e dei boschi come fossero persone rendendo magico il mondo della montagna e dei suoi abitanti non umani. Anche la loro morte – con la quale finivano spesso le sue storie fantastiche – non mi appariva truculenta e impietosa. Naturale piuttosto, così come quella del maiale, del cane e degli esseri umani stessi i quali erano pure morti a dozzine durante la recente guerra partigiana in quelle valli.

Le storie diventavano realtà quando a un certo punto Romualdo mi portava sulla veranda che dava verso la campagna e imbracciava il fucile. Da anni diceva lui – da sempre pensavo io – faceva la posta al corvo Ceccu. Diventato adolescente,

avendo letto Moby Dick, pensai che il nerissimo Ceccu per il Romualdo corrispondesse alla Balena Bianca di Ahab.

Mi diceva che un giorno o l’altro l’avrebbe impallinato per bene. Che era un uccellaccio irridente e cattivo. Furbo al punto che era sfuggito persino a lui che si considerava il migliore cacciatore della Valle. Forse dell’intero Oltrepo, che per lui equivaleva a essere il migliore del mondo. Tutti i sabati Ceccu veniva a prenderlo in giro svolazzandogli vicino casa per sfidarlo a colpirlo. Quel corvaccio schiamazzante arrivava puntualmente. Ma il Romualdo gli avrà sparato sì e no tre volte, mancandolo sempre. Restavamo appostati per almeno due ore ogni sabato. Ore che per me passavano veloci ad ascoltare le storie del sarto di Varzi.

Io volevo bene a Romualdo, ma non avrei mai voluto che colpisse il corvo. Non era solo bontà d’animo la mia, visto che la caccia e la morte degli animali nella Valle era una cosa abituale. Piuttosto sarebbe stata la fine del gioco. Quel paio di volte che davvero gli sparò, ebbi l’impressione che sbagliò di proposito. Diceva che Ceccu era riuscito ad ingannarlo con una mossa astuta anche quella volta. Un giorno gli dissi che non volevo che Ceccu morisse e che il gioco era ingiusto. In questo gioco il corvo rischiava la vita, Romualdo al massimo un’ulteriore frustrazione oltre a quelle impartitegli quotidianamente dalla Ines. Naturalmente non articolai il discorso in questo modo, avendo solo otto anni. Ma questo era il senso che Romualdo capì perfettamente.

Mi rispose che era Ceccu a provocare. Sapeva che Romualdo era lì allo stesso posto da sempre con il fucile spianato. Nessuno lo obbligava a volargli intorno. In fondo si divertiva anche lui. Anzi, proprio perché rischiava di più, il divertimento era maggiore del suo che passava le giornate tra gli aghi e le stoffe, tra i clienti pignoli e la sciatteria della Ines. “Guardalo con quell’occhio stupido e il becco arrogante e ricurvo! Ci guarda e non sa nemmeno sorridere. Ha una faccia contrariata e infelice”. Lo disprezzava per questa sua infelicità che dimostrava in un’espressione seria e immutabile. E stupida. Rassomigliava alla Ines che intanto stava finendo le faccende di casa lamentandosi in continuazione. Romualdo non lo avrebbe mai colpito, il corvo. L’avevo ormai ben capito. Ahab si fece logorare fino a farsi uccidere dal desiderio di distruggere la nemica. Romualdo il desiderio lo sapeva magistralmente coltivare. Lo faceva crescere senza soddisfarlo. Senza volerlo soddisfare perché lo amava per quello che era: un desiderio. La caccia, per il sarto di Varzi, non era sterminio, non era nemmeno sinonimo di morte. Era solo caccia, cioè inseguimento e relazione con gli animali (molti dei quali non erano affatto d’accordo su questa sua interpretazione).

Il sarto confezionava vestiti. Allo stesso modo cuciva relazioni con il mondo che amava in tutte le sue manifestazioni. Anche quelle in cui la vita e la morte sono costrette ad alternarsi: se c’è l’una, l’altra non c’è, ma la realtà di entrambe non può prescindere dall’esistenza dell’opposto e quale sia lo stato superiore non è dato sapere. La sua golosità non aveva una natura diversa dal piacere dell’aria mattutina, del levarsi d’uno stormo d’anitre e di un colpo di fucile che ne uccideva una per mangiarsela felice. Romualdo aveva il senso del limite. Se Ceccu fosse stato davvero stupido, Romualdo lo avrebbe colpito, e sarebbe stato giusto così. Ma Ceccu era parte di lui e quel colpo non sarebbe mai partito. A un certo punto non andai più dal sarto. Ora voglio pensare che successe perché finalmente capii che non avrebbe mai sparato. Ma forse, più semplicemente, cominciai a preferire giocare con i coetanei.


Corrado Poli

Docente / Scrittore

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