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La paura della peste e i linguaggi della fantasia alla ricerca della salute

Nel 1348 un morbo sconosciuto, improvviso, a rapida diffusione e ad alta letalità, espropriò l’immaginario collettivo delle abituali rappresentazioni artistiche e culturali della salute e della malattia. La peste era essa stessa morte, rapida e contagiosa perciò comportava la brusca interruzione delle relazioni umane e civili. Al suo manifestarsi il terrore di contrarla indusse ad evitare i contatti tradendo i fondamentali doveri civili: il notaio non andava dal moribondo, il medico non visitava il malato, il figlio evitava i genitori. Nella percezione della imminente fine c’era chi si chiudeva nella fede e chi invece abbandonava ogni pudore nella disperata ricerca dei piaceri. Altri commettevano i crimini più turpi nella consapevolezza che l’epidemia minava la sopravvivenza degli stati e i loro ordinamenti. Il rispetto per i defunti si dissolveva davanti alla prudenza che spingeva a liberarsi dei cadaveri nelle fosse comuni lontano dalle città.  La peste, portata dalle pulci, dopo una breve incubazione, provocava il decesso in 3/5 giorni fra spasmi, febbre e deliri. Davanti alla rapidità e alla capillarità della sua diffusione non restava che la fuga,  la fuga dalle città e dagli assembramenti, la fuga mentale e semantica nella narrazione.  Fuggono i protagonisti del “Decameron” che si ritirano in campagna durante la peste di Firenze, mettendo in atto l’unica istintiva strategia di sopravvivenza nella narrazione fantastica. Il Boccaccio descrive nella introduzione, o “cornice” della sua opera, i devastanti effetti della peste   sulla società fiorentina con parole scabre. Ritrae la devastazione morale e materiale degli abitanti di Firenze in preda al terrore, che pare aver cancellato leggi e autorità. Per azzerare questa realtà, 10 giovani, 7 donne e 3 uomini, si ritirano in una villa di campagna, dove si impongono nuove gerarchie in una dimensione fittizia che si libera dall’angoscia vivendo nella dimensione serena del racconto di 100 “novelle” in 10 giorni. Ogni giorno si nomina il re o la regina che sceglie il tema cui dovranno ispirarsi le “nuove” narrazioni, ad eccezione di due giornate a tema libero. Nella caduta dei parametri interpretativi della realtà avversa, questo modello di società, regolata dalle sole esigenze narrative, inventa una esperienza sociale alternativa che vive di un genere letterario innovativo:  la novella diviene, nell’imperversare della pandemia, lo strumento per vivere una quotidianità perduta e reinventata dalla fantasia.

Questa nuova comunità, con le sue leggi e i suoi linguaggi, si propose di supplire alla caduta dei modelli culturali, etici e sociali incapaci di rappresentare il morbo sinonimo di morte collettiva.  Ci volle tempo per comprendere che per contrastare la Morte Nera, che costituiva una minaccia alla sopravvivenza dell’intera società, la risposta non poteva essere la fuga bensì l’impegno collettivo e l’organizzazione politica.

Gli stati inizialmente nominarono commissioni transitorie per liberare le città dai cadaveri, fecero murare le case degli appestati, chiusero i quartieri infetti…. Perché una cosa era certa: il contagio si diffondeva rapidamente per prossimità e per contatto. Il linguaggio medico si rinchiuse nella astratta ricerca speculativa ed eziologica del male, che attribuì ai miasmi, a mutamenti climatici, agli influssi di Saturno….  prescrisse rimedi come la cauterizzazione dei bubboni, le tradizionali cure con purghe, salassi e clisteri che ne rendevano più penoso il decorso.

La Repubblica di Venezia, con il suo pragmatismo mercantile, inventò il primo ospedale di stato ad alto isolamento nell’ex monastero di Santa Maria di Nazareth, isola nella laguna. Nacque così, nel 1423, il “Nazaretum” chiamato, poi, Lazzaretto, destinato al ricovero coatto dei casi di peste scoppiati in città e nelle navi provenienti dall’Oriente, da dove il contagio era giunto ed era troppo spesso presente.

Lo Stato Veneziano, non potendo rinunciare ai commerci, organizzò  l’isolamento immediato dei malati, ma per renderlo efficace non poteva adottare i tradizionali linguaggi della cura e della prevenzione, né quelli della carità per secoli basati sulla accoglienza dei pauperes Christi  e sull’ecumenismo cristiano. Proprio lungo le vie dei pellegrini, sulle rotte mediterranee e lungo i circuiti carovanieri la peste si spostava rapidamente. Nel povero da soccorrere o nel pellegrino da ospitare, che per secoli erano stati oggetto di carità e strumenti di redenzione, poteva celarsi il contagio.  Il mercante con cui stipulare ricchi affari, se proveniva da paesi infetti, poteva essere veicolo di morte. Le vie del commercio e le rotte della ricchezza si trasformarono rapidamente nei percorsi privilegiati dalla peste. Perciò la Serenissima codificò e promosse il culto di San Rocco. Il patrizio veneziano Francesco Diedo (1433-1484) nella sua “Vita de Sancto Rocco” (Milano, Simon Magniacus 1479) delineò con eleganza umanistica l’esempio etico che l’appestato doveva seguire per contrastare il contagio e non nuocere al prossimo, isolandosi, appunto,  nei lazzaretti.

In poco più di un secolo, la paura della peste produsse linguaggi artistici che passarono dalla fuga, nella consolatoria narrazione fantastica del Boccaccio, all’impegno etico e sociale del Diedo, che fece di Rocco l’icona dell’organizzazione sanitaria indispensabile per tutelare la sopravvivenza della collettività.

 

Per approfondimenti sulla figura di San Rocco rinvio a: N.E. Vanzan Marchini, Venezia, la salute e la fede, Vittorio Veneto, De Bastiani 2011; Eadem, San Rocco e l’informazione sanitaria della Serenissima, “Timer Magazine” 6 aprile 2020.

 

Immagini: A sinistra frontespizio del Decameron di Giovanni Boccaccio, edizione del 1573, a destra frontespizio della Vita di San Rocco di Francesco Diedo, edizione del 1495.

 


Nelli Vanzan Marchini

Storica - Docente

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