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LE REGOLE DEL VIVERE CIVILE. Atto primo: Il saluto

Il vivere civile vuole che si rispettino delle semplici regole. Ci aiuta Corrado Poli ad addentrarci nel galateo quotidiano delle buone regole. Un contributo anacronistico? Assolutamente no, anzi necessario in un’era in cui essere gentili ed educati viene spesso letto come segnale di debolezza.

 

È buona educazione e segno di rispetto per il prossimo dimostrare sempre buon umore e nascondere le proprie tristezze e sofferenze. D’altra parte, anche gioia e felicità eccessive vanno comunicate con prudenza. La persona civile esterna con moderazione tutti i propri stati d’animo, ma propende nel dimostrare quelli sereni. Ad esempio, quando si incontrano casualmente conoscenti o amici, vale la pena aggiungere al saluto un semplice: “Come stai?” Questa domanda dev’essere cordiale e allo stesso tempo delicatamente formale e distaccata in modo da consentire una risposta sullo stesso tono. Il contrario di un tono davvero curioso per non dire inquisitorio. Se si tratta di semplici conoscenti, potrebbero non avere alcuna intenzione di condividere il proprio stato d’animo o notizie sulla loro condizione fisica o psichica. Nel caso di amici, è opportuno concedere loro l’opportunità di sottrarsi alla risposta e alla tua pur delicata invadenza. L’interessamento reale alle condizioni degli amici sarà certamente gradito in altro momento e soprattutto quando saranno loro a volerne parlare. Ma il “come stai?” serve a comunicare un interessamento alla persona che si ha davanti.

La regola, che si ripeterà in molti altri casi, è sempre la stessa: “concedere alle persone con cui ci si relaziona la possibilità di negarti qualcosa senza essere costrette a farlo in modo esplicito”. 

Veniamo alla riposta. Alla domanda “come stai?”, c’è una sola risposta corretta. Certo ogni caso è diverso e talora la situazione richiede risposte precise e variegate, ma se non ci sono particolari motivi, si deve replicare con un semplice sorridente: “Bene, grazie e tu?”. Anche se peggio di così non ti sembra di potere stare e porti la morte nel cuore? Sì, con i dovuti limiti, naturalmente. Sono da escludere completamente frasi come: “Potrebbe andare meglio”; “Insomma”; “Mah, cosa vuoi?” e ancor meno rispondere con uno sconfortante: “Male!”, “Un disastro”. Frasi troppo entusiaste non sono sconvenienti al pari di quelle sconfortate, ma vanno comunque evitate. Se qualcuno alla tua domanda risponde: “Benissimo, non potrebbe andare meglio, magnificamente ecc.” dimostra infatti scarsa sensibilità poiché a stare male potresti essere proprio tu e crogiolarsi nel proprio benessere dà l’impressione di non interessarsi a quello degli altri. E tuttavia è sempre meglio condividere una gioia piuttosto che un dolore.

Le due parole della domanda “come stai?” comunicano significati precisi e importanti per cui la risposta “bene grazie” è quasi inevitabile. Anzitutto, il solo fatto che qualcuno si interessi a te, deve apparire di per sé una buona ragione per rispondere di stare bene. Inoltre, il comunicare all’interlocutore di non avere problemi particolari implica che si è a disposizione qualora ne avesse lui. Nel proseguire la conversazione e con la dovuta attenzione si può poi passare a una maggiore confidenza che in genere, se prodotta con delicatezza, è gradita da quasi tutti. A quel punto possiamo lasciarci andare in amicizia a lamenti o a esternazioni di soddisfazione.

In conclusione, la persona civile sorride di norma per un bisogno esteriore di relazionarsi positivamente con il prossimo; e per la convinzione interiore di dovere essere riconoscente a Dio per ciò che gli ha concesso: che “sia fatta la volontà di Dio” è l’unica aspirazione che può avere una persona che in coscienza ha fatto del suo meglio.

La religione ci ha messo in guardia dai setti vizi capitali, molto umani a cui ha opposto solo tre virtù teologali, molto meno comprensibili. Un atteggiamento negativo che non approvo, ma che Dio mi perdonerà se avrà la pazienza di finire di leggere questo libretto.


Corrado Poli

Docente / Scrittore

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