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Le regole del vivere civile atto terzo. “L’umiltà non è (sempre) una virtù

Modestia e umiltà costituiscono un aspetto essenziale della buona educazione e del vivere civile. Non sono atteggiamenti facili da praticare né sempre positivi; anzi, talora vanno proprio evitati. Si tratta di questioni morali che si intrecciano con la buona educazione e un rapporto con il prossimo progredito. D’altra parte, abbiamo già detto nei precedenti interventi come sia difficile distinguere tra regole formali e comportamenti sostanziali: i secondi richiedono di essere comunicati e trasmessi tramite le prime.

La modestia non è sempre una virtù e, se vogliamo fare un confronto, la superbia in alcune situazioni è un atteggiamento persino meno riprovevole.

Una persona civile e coraggiosa, nobile se vogliamo, non nasconde le proprie qualità e il potere che ha in virtù della posizione, del reddito, della posizione sociale, del vigore fisico. Persino della bellezza e del fascino. La religione ci aiuta a comprendere. Il buon cristiano non è umile. Lo è solo di fronte a Dio, ma con il prossimo è tenuto a dimostrarsi orgoglioso e soddisfatto per quel che è e di quel che ha. In questo modo da una parte rende grazie all’Onnipotente. Egli dice: “sia fatta la Sua volontà e se sono sulla Terra è perché Dio mi ha assegnato un compito, quindi sono importante”. Dall’altra parte, meno religiosa e più umana, mette a disposizione del prossimo quel che è e quel che ha in modo che ne possa rendere conto pubblicamente. Certo, se per non apparire modesti e umili si tracima nella vanagloria, l’argomento cade. Ma tra chi nasconde le proprie qualità e chi le esibisce, il secondo per lo meno si prende la responsabilità di doverle dimostrare. L’umile, invece, nascondendole si tutela dal rischio che qualcuno gli chieda aiuto o conto delle sue doti.

Capita di incontrare persone che si presentano in modo dimesso, ricchi che nascondono la loro ricchezza, persone forti e capaci che dissimulano le loro qualità in pubblico o si sottovalutano nel loro intimo. E non è nemmeno particolarmente interessante distinguere tra la falsa modestia e una modestia infelicemente interiorizzata.

Nel primo caso, le persone celano le proprie qualità in pubblico, ma nel loro intimo hanno coscienza di loro stessi fino a sentirsi persino superiori e furbi. Questa falsa modestia è in realtà vera e ipocrita superbia. Agiscono in tal guisa per acquisire un vantaggio che può essere la stima degli altri oppure un trucco per potere guadagnare un vantaggio facendosi sottovalutate da coloro che percepiscono sempre come potenziali avversari. Un comportamento vile che talora si ritorce persino contro come vi spiegherò nell’aneddoto finale: perché i furbi imbroglioni possono vincere qualche battaglia, ma perdono regolarmente la guerra: l’onestà invece è la più efficace delle furbizie, diceva Aristotele. Chi davvero si sente meno capace di quel che in effetti è, e lo dimostra, non si comporta nella sostanza in modo diverso. Mentre i primi non si prendono le responsabilità verso gli altri, i secondi non se le assumono nemmeno per se stessi. E forse è moralmente anche peggio. Le persone modeste, quelle che nascondono le proprie qualità al prossimo, in definitiva rifuggono le responsabilità ed evitano di mettersi nelle condizioni che qualcuno chieda loro aiuto o anche solo di mettere a disposizione quello che hanno o sanno fare. La modestia è un comportamento meschino e tipicamente plebeo. Naturalmente, il suo opposto, la superbia, è pure reprensibile quando velleitario e incline a esibire una vanitosa superiorità. Tuttavia, il superbo si espone, quindi deve rendere conto al prossimo e a se stesso di quel che ostenta o pensa di sé. Il modesto si nasconde e alla fine rivela una diversa forma della stessa superbia quando nel suo intimo ama che si scoprano le sue qualità senza avere avuto il coraggio di esporle con il giusto equilibrio e senza vana gloria.

E ora l’aneddoto: quando partecipai alla mia prima gara di atletica in pista, durante il riscaldamento per una corsa di mille metri parlai con un ragazzo. Mi disse che voleva correre in 2’45”. Io pensavo di correre la distanza grosso modo nello stesso tempo. Quindi, durante la gara lo seguii e distaccammo tutti gli altri. All’ultimo rettilineo, lo superai e vinsi in 2’39” (nulla di speciale, ma al di là delle mie aspettative). Dopo la competizione mi dissero che quel ragazzo era un vero campioncino che aveva già stabilito un record di 2’33”. Non lo avrei mai seguito e superato se avesse avuto il coraggio di dirmi con onestà quanto valeva davvero. La modestia è anche autolesionismo, talora, oltre a non essere civile quanto l’onestà e la generosità.


Corrado Poli

Docente / Scrittore

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