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Ricordando la strage di Bologna. “L’ultimo orologio”

2 agosto 1980, una calda mattina estiva. Insonnolita per l’afa, la città fatica a respirare immersa nel clima delle vacanze. Alla stazione decine di anime lente e impigrite dalla promessa di un’altra giornata estenuante attraversano l’ampio atrio per raggiungere i treni, acquistare un biglietto o trovare semplicemente riparo dalla calura che comincia ad alzarsi dai binari. Lo scandire familiare dell’altoparlante racconta distanze ormai raggiunte o coincidenze di cui prendere nota; l’aria è densa di mille odori diversi di cui è impossibile liberarsi.

Mentre il sole tagliava obliquo il selciato e si insinuava sul marciapiede rubando spazio all’ombra che si accorciava sempre più, Martina considerò che nel giro di quaranta minuti sarebbe finalmente salita su quel benedetto treno. Franco le aveva dato appuntamento davanti all’entrata principale della stazione per un cappuccino e un cornetto, un paio di baci mattutini, qualche carezza, e poi via assieme nello scompartimento diretto al sud, verso un mare radioso e una spiaggia dalle molte promesse, specialmente sotto le stelle. La bella stagione non avrebbe tradito le aspettative e le goccioline di sudore che le imperlavano la fronte parlavano di un agosto torrido, appena placato dal vento che avrebbe appiccicato l’abbronzatura sulla pelle, spalmandola su tutto il corpo. Lo zaino, gonfio e pesante, le faceva male alla schiena. Controllò l’orologio. 10 in punto.

Carmen entrò nell’atrio trascinando l’enorme borsone in pelle e passò Giovanni sul braccio sinistro. Ad appena due anni compiuti da una settimana, il figlio le pareva già incredibilmente pesante e in quel momento il sudore rendeva scivoloso il contatto tra loro. Giovanni sorrise alla madre e si dimostrò deciso a restare lì dov’era, mentre il mondo gli passava accanto alimentando la sua insaziabile curiosità. Carmen lo guardò con la coda dell’occhio e si rassegnò con un sospiro, posò la borsa reggendola con una gamba e tentò di controllare il tabellone delle partenze. Santo Dio, pensò, ogni volta è così. Non riusciva a prendere un treno con meno di venti minuti d’anticipo: una specie di fissazione che portava con sé da quando era bambina e i genitori, sempre in ritardo con le ultime faccende di casa, la trascinavano all’ultimo momento di gran carriera, assieme a suo fratello, verso il binario che avrebbe dovuto condurli a Ferrara e di lì, in autobus, fino ai lidi assolati dell’Adriatico. Il treno, ovviamente, non c’era ancora, ma veniva annunciato in orario. Ripassò Giovanni sull’altro braccio e gettò uno sguardo al piccolo quadrante rettangolare. 10 e 03.

 

Progettare un attentato significava perseguire uno scopo e la causa aveva sempre bisogno di scopi. L’attentato avrebbe prodotto l’effetto che speravano; costituiva un formidabile richiamo per i mezzi di comunicazione e recava conseguenze incalcolabili tra la popolazione, sdegno, emozione, terrore. Soprattutto terrore. Ed era quello, che cercavano. Si soffermò un attimo dinanzi al chiosco dei giornali e immaginò i titoli cubitali del giorno dopo. Deglutì pensando ai venticinque chili di esplosivo che teneva appesi alla mano nella piccola valigia di cuoio. Si poteva uccidere per fare della morte un atto di bellezza, sacrificando corpi che vivono per riscattare intere generazioni di combattenti. Quell’azione era giusta; non era necessario chiedersi se fosse lecita o illecita, l’importante era compierla. Entrò nella sala d’aspetto e cercò un posto a sedere. Le mani in grembo, non potè fare a meno di puntare gli occhi sull’orologio. 10 e 05.

 

Poco distante dal primo binario l’uomo osservò la valigetta entrare nella sala d’aspetto della seconda classe. Fissava soltanto quella. Chi la stesse reggendo non aveva alcuna importanza. Gli ordini erano stati precisi. Si accese una sigaretta senza filtro e ripose con cura il pacchetto in una tasca della giacca di lino blu. Un bel botto sicuramente, a sentire qualche commento che aveva carpito da bocche più che cucite. Una scossa all’intero paese, senza dubbio. Pensò a sua moglie e ai figli che in quel momento erano già nella casa di campagna, fuori Roma. Suo malgrado scoprì che il cuore accelerava le pulsazioni al pensiero che avrebbero potuto essere lì anche loro tra quella fiumana ignara di pendolari e turisti. Ma non c’era tempo per le emozioni, quando si faceva il suo mestiere; si perdeva la concentrazione. Camminò lentamente fino all’ampia porta a vetri che qualcuno aveva spalancato per far girare aria. Riuscì a scorgere la valigetta deposta sotto la panca di legno. Si girò lentamente come distratto da qualche rumore alle sue spalle e scostò lievemente con un dito la manica sul polso sinistro. 10 e 10.

Matteo allungò le lunghe gambe davanti a sé e guardò con interesse la ragazza dai capelli biondo cenere che sedeva poco più in là dinanzi a lui nella sala d’aspetto. Vent’anni al massimo, giudicò tra sé e sé con aria esperta, e di sicuro straniera a pensarci bene, dato che teneva in mano la copia di una rivista in lingua inglese. Segnò col pensiero i contorni del suo volto rotondo da cui spuntava un piccolo naso vagamente lentigginoso. Si era appena laureato, Matteo, quindici giorni prima; e adesso se ne andava a festeggiare al nord, dalle parti di Bolzano. Una volta raggiunti gli altri, il viaggio sarebbe proseguito a Salisburgo e di lì probabilmente in Germania. Potrei chiederle di venire con noi, si disse grattandosi il mento. Lei alzò gli occhi in quel momento e lo fissò. Matteo arrossì e cambiò nervosamente posizione. La giovane turista si accorse del movimento brusco e seppe di averlo colto in flagrante. Accavallò le gambe affusolate e lanciò con noncuranza uno sguardo all’orologio. 10 e 15.

 

Si alzò con calma e si accertò che la valigetta fosse al suo posto, appena nascosta dal sedile. Avevano detto di abbandonare la sala non oltre le dieci e un quarto e di allontanarsi dalla stazione quanto più possibile. Fece per muoversi verso l’uscita e urtò le gambe di Matteo che le ritrasse di scatto e lo fece passare. Lo guardò di sfuggita: un ragazzo giovane con lunghi capelli castani, gli occhi scuri e una barbetta rada che gli incorniciava il viso. Si districò tra la selva di scarpe, borse e sacchetti della colazione e uscì sulla pensilina coperta. Giovanni trotterellò nella sua direzione rincorso dalla madre trafelata. Il bambino aveva perso un pupazzo di plastica davanti ai suoi piedi e cercava di raccoglierlo. La sua mano istintivamente afferrò il piccolo papero; rimase a fissarlo un attimo in più del necessario, grande quanto il palmo sudato. Poi incrociò lo sguardo del bambino che osservava dal basso il giocattolo farfugliando qualcosa. Consegnò il papero  a Carmen che lo ringraziò con un sorriso e cercò di sparire in fretta. Si infilò in un varco libero tra due gruppi di persone che vociavano allegramente e incrociò Martina; la urtò con il braccio mentre lei si stringeva a Franco per lasciare spazio. Sobbalzò al contatto con la ragazza e si pentì della sua paura improvvisa, mentre il cuore batteva rumorosamente. Se ne andò a lunghi passi rituffandosi nella canicola insopportabile con gli occhi fissi sull’orologio. 10 e 18.

 

L’uomo scorse la figura magra prendere il largo dal piazzale affollato di autobus e taxi, seduto in macchina sull’altro lato della strada. Ingranò la marcia e si allontanò lentamente verso via Indipendenza. Verificò ancora una volta l’ora. 10 e 20.

10 e 25. L’esplosione, una specie di tuono udito in tutta la città, cancella il tempo per un lungo istante. Soltanto una nuvola immensa di polvere cala, negli attimi successivi, a coprire l’orrore. Un’ala dell’edificio della stazione si solleva su se stesso e lo spostamento d’aria manda in frantumi i vetri delle finestre che  occhieggiano la stazione.

Poi una porta dell’inferno si apre di schianto ed è tutto un susseguirsi di grida e lamenti. Il freddo della morte raggela i testimoni; arrivano ululando le prime autoambulanze mentre stridono i pneumatici delle volanti della polizia. Il caos si compone di occhi terrorizzati e orecchie frastornate, di panico liquido che invade, oleoso, le strade.

18 agosto 2001. Forse lo stesso caldo, certamente un’altra Bologna. Un operaio delle Ferrovie aggiusta l’orologio che da ventuno anni segnava, immobile, quell’appuntamento con la strage. Ordinaria manutenzione, dicono i tecnici; ordinaria manutenzione della memoria, meglio. Le lancette ci mettono un istante in più a riprendere il loro regolare funzionamento. Al primo scatto metallico, in molti hanno sentito di nuovo quel terrificante boato di tanti anni prima.

 

 

 

Originariamente pubblicato con il titolo Frammenti di Bologna, su “Il Manifesto”, Storie, 29 luglio 2004.

 

 

 

 

 

 

 


Mario Coglitore

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