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La politica (nobile) spiegata alla consigliera del bonus

Di fronte alla signora Anita Pirovano, consigliera comunale eletta nelle liste di “Milano Progressista” che rivendica con orgoglio di aver chiesto e ottenuto il bonus Covid da 600 euro per le partite Iva, l’istinto produce inizialmente perfino un moto di solidarietà. Perché è vero: l’indennità per un consigliere comunale non è la stessa di un parlamentare, e quindi mettere sullo stesso piano i 5 deputati (3 della Lega, uno dei 5 Stelle e uno di Italia viva, casualmente quelli della nuova politica pulita, dura e pura, mica i rottami della Prima Repubblica…) con i circa duemila tra consiglieri e sindaci locali che hanno beneficiato dell’aiuto di Stato riservato ai cittadini in difficoltà con il loro lavoro, non è la stessa cosa: i primi si portano a casa circa 12mila euro al mese, gli altri se arrivano a mille euro è già tanto. “Qualcuno mi spiega perché da lavoratrice non avrei dovuto fare richiesta di una misura a sostegno dei lavoratori?”, domanda la consigliera. Proviamo a risponderle.
La politica è, o dovrebbe essere, un servizio. Un sacrificio volontario prestato temporaneamente per il bene della comunità. Un dispendio di tempo ed energie che comporta molti oneri e qualche, limitato e a volte puerile, onore. Questo piccolo, magari banale concetto dovrebbe rappresentare la premessa da tenere bene a mente quando si viene colti dalla tentazione di candidarsi. Insomma è una rogna, una rottura di scatole per la quale non c’è comunque compenso adeguato: che siano dieci euro o diecimila, non è comunque un valore paragonabile alle capacità, allo sforzo e all’impegno che dovrebbero – e sottolineo tre volte “dovrebbero” – essere impiegati da chi svolge un ruolo di rappresentanza pubblica.
E qui sta il punto. La politica non è un lavoro. E men che meno è un impegno che chiunque può essere in grado di svolgere. Che sia un lavoro in cui “uno vale uno” è un’idea frutto della demenziale deriva che (in particolare) in Italia si è fatta strada negli ultimi decenni. A nessuno viene puntata una pistola alla tempia per candidarsi e – peggio – farsi eleggere.  E quel che vale per tutti non vale per chi è il rappresentante di questi “tutti”. L’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi fu giustamente massacrato dall’opinione pubblica perché mentre esercitava le sue funzioni di massimo rappresentante dei cittadini italiani dedicava parte del suo tempo a – diciamo così – organizzare cene eleganti. Checché ne dicano certi magistrati, organizzare cene eleganti (perfino con gli “annessi e connessi”) non è un reato. Ma se fai il presidente del Consiglio, non puoi. Serve un esempio più paradossale e “apartitico”? Frequentare le discoteche non è un reato: ma se fai il Papa (o anche solo il Vescovo), non puoi. Punto. Fa parte anche questo dei “sacrifici” che vengono richiesti a chi si assume l’onere di svolgere una funzione pubblica.
Gli eletti che hanno chiesto e ottenuto il bonus Covid non hanno commesso un reato. Ma non dovevano farlo. Chi l’ha fatto, non ha compreso qual è il senso del suo ruolo. Perciò dovrebbe essere reso pubblico l’elenco dei beneficiati. Non per denigrarli o additarli alla pubblica gogna: per aiutarli. Facendo in modo che a partire dalle prossime elezioni abbiano più tempo da dedicare di nuovo al proprio lavoro. Quello vero.
Tratto da AltroPensiero.net

Ario Gervasutti

Giornalista

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