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Sos ambiente. Le frane consumano anche le Dolomiti

A tre anni di distanza torno a parlare di frane su Timer Magazine perché l’argomento sembra tornato prepotentemente alla ribalta.

Vorrei ricordare che le catene montuose sono il risultato di due grandi forze opposte: l’orogenesi che le solleva e gli agenti esogeni che le erodono. Dunque le montagne non sono eterne e, se pure in milioni di anni, si consumano logorate soprattutto dagli eventi climatici a cui sono sottoposte.

Le frane sono tra le maggiori cause di disfacimento delle montagne. Già Dante Alighieri si interessò come antesignano dei moderni geologi a “..quella ruina che nel fianco di qua da Trento l’Adige percosse”. Una frana che oggi è considerata un monumento geologico che si può ammirare poco a Sud di Rovereto percorrendo la valle dell’Adige.

I processi che disgregano le rocce sono continui e quelli a cui oggi assistiamo rappresentano solo un attimo nella vita delle montagne. Un ruolo importante nel modellamento del paesaggio è stato svolto anche dai ghiacciai e dal gelo presente nel terreno (permafrost). Negli ultimi 2,5 milioni di anni si sono succedute molte glaciazioni durante le quali il ghiaccio ha plasmato le montagne conferendo loro l’attuale aspetto tanto che i ghiacciai possono considerarsi dei grandi artisti le cui sculture sono impresse ovunque. Hanno anche costruito grandi edifici morenici utilizzando i detriti strappati dalle pareti e trasportati fino a valle. Uno degli esempi più significativi è dato dal grande anfiteatro morenico del Garda, tra Verona ed il lago.

 

Oggi stiamo vivendo in un periodo interglaciale, dopo la fine dell’ultima glaciazione avvenuta “appena” 12.000 anni fa ed in attesa della prossima. Le grandi calotte gelate continentali (inlandsis) sono scomparse, quella antartica si sta riducendo come pure i ghiacciai superstiti sulle diverse catene montuose della Terra. Si sta sciogliendo anche il permafrost e gli aumentati cicli di gelo e disgelo contribuiscono a spaccare ulteriormente le rocce e favorirne il crollo. Assistiamo dunque ad una moltiplicazione degli eventi franosi.

Restando nell’ambito delle nostre montagne, le Dolomiti in particolare, possiamo osservare come molte frane, specialmente di crollo, sono dovute anche alle variazioni nel ciclo delle temperature. In sostanza anche qui il cambiamento climatico in atto mostra di poter interferire accelerando i processi distruttivi.

Potremo dire che le Dolomiti sono così belle a motivo della loro struttura geologica e litologica, ed anche perché i crolli contribuiscono a fornire loro questo severo aspetto. Come quando restiamo ammirati davanti ai ruderi di un grande castello soprattutto perché con la fantasia possiamo ricostruirne l’originaria bellezza.

Le frane sono di diverso tipo ed hanno molteplici cause. Mi limito a ricordare le frane di crollo che paiono in aumento così come le colate detritiche, i così detti debris flow, per l’incremento della intensità delle precipitazioni. Chi volesse osservarle può percorrere la statale di Alemagna tra Borca e Cortina (vedi foto) e potrà imbattersi in numerosi esempi, purtroppo anche famosi, come la frana di Cancìa o quella di Acquabona che spesso provoca la chiusura della strada stessa.

Ad aumentare la pericolosità delle frane contribuisce certamente anche l’uomo per il fatto che costruisce sempre di più anche in luoghi dove la natura non perdona e non consente errori.

 

Ad esempio se una valanga si abbatte su di un albergo non è colpa della valanga, ma di chi ha costruito l’edificio proprio sotto ad un canalone. Le valanghe sono di fatto delle frane di neve, oppure anche di ghiaccio quando viene coinvolto il settore terminale delle lingue glaciali.

In questi giorni molta attenzione mediatica è rivota ai capricci del ghiacciaio Planpincieux in val d’Aosta. Riguardo alle catastrofi glaciali il ricordo corre ad una delle più grandi tragedie dovute a questo tipo di eventi che avvenne nell’Agosto del 1965 a Mattmark, nel Vallese. Qui una frana di oltre 2 milioni di metri cubi di ghiaccio si staccò dal ghiacciaio dell’Allalin abbattendosi sul cantiere della diga e provocò ben 88 morti.

Nel corso dei miei rilievi aerei per l’osservazione dei ghiacciai ho avuto modo di vedere, e qualche volta assistere a molti episodi franosi di diversi tipi. Una fortunata coincidenza fu quando documentai in diretta una spettacolare frana staccatasi da Cima Una, nelle Crode Fiscaline (Sesto Pusteria), con un effetto devastante per la nuvola di polvere che sommerse la parte alta della valle, ma per fortuna senza vittime o danni.

Le montagne non sono immobili ma cambiano fisionomia nel tempo e le frane cui oggi assistiamo non sono che fotogrammi del lungo documentario della loro vita.

 

 

Didascalie delle Foto

  1. Le colate detritiche che caratterizzano il versante sinistro della Valle del Boite tra Borca e Cortina (Settembre 2019), sullo sfondo il Monte Antelao (3.264 m);
  2. La frana di Cima Una (2.598 m) in Val Fiscalina ripresa proprio al momento del crollo (12.10.2007);
  3. La grande frana della Piccola Croda Rossa (Braies) avvenuta nel 2016;
  4. La frana che ha ricoperto il settore superiore e centrale del ghiacciaio Occidentale del Sorapis, staccatasi dalla parete settentrionale della Punta Sorapis (3.205 m), fotografata nell’Agosto 2020;
  5. Grande frana (colata detritica) ai piedi del versante settentrionale del Monte Pelmo (3.168 m) nei pressi della Forcella Staulanza (Settembre 2004)

Tutte le foto sono dell’autore.


Franco Secchieri

Glaciologo

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