Header Ad

Most Viewed

Sport e riabilitazione psichiatrica, ecco linee guida in 19 punti 

Un documento in 19 punti con l’obiettivo di fornire ai professionisti della salute mentale e dello sport una guida pratica per progettare, implementare e valutare opportunità di sport e attività fisica per le persone con problemi di salute mentale. Sono le linee guida elaborate dal Comitato scientifico internazionale di ‘Sphere – Sport Healing Rehabilitation’, il progetto biennale dedicato a sport e riabilitazione psichiatrica, partito a gennaio 2019 e cofinanziato dal Programma Erasmus + dell’Unione Europea. L’iniziativa, con sette partner provenienti da sei paesi dell’Ue coordinati dall’organizzazione European Culture and Sport Organization (Ecos), ha la finalità di favorire l’attività fisica nei programmi di riabilitazione psichiatrica attraverso la definizione e la condivisione di un protocollo scientifico sportivo perfezionato da psichiatri e ricercatori accademici.

“L’esercizio fisico è parte della prevenzione, del trattamento e della riabilitazione dei disturbi psichici e deve trovare spazio e dignità di intervento”, ha detto nel corso del webinar Santo Rullo, medico psichiatra e presidente dell’International Football Committee of Mental Health, presentando i 19 punti di cui è stato coordinatore. In particolare, tra i suoi punti, il documento sottolinea come il programma di attività fisica e sportiva debba stimolare un miglioramento clinico, psicologico e sociale dei partecipanti; le attività debbano essere supervisionate da un istruttore/allenatore che dovrebbe fornire guida tecnica, motivazione e supporto, adattando il programma di attività in base alle esigenze individuali e prevedendo la definizione di obiettivi personalizzati. Importante poi promuovere lo sport di squadra con una dimensione ottimale del gruppo tra le 5 e le 15 persone per 1 istruttore. Oltre all’attività fisica deve essere previsto anche del tempo per l’interazione sociale durante o dopo le sessioni.

E ancora il programma di attività dovrebbe prevedere una durata minima di 3 settimane e, in maniera ottimale, di 8 settimane o più. Le sessioni, invece, dovrebbero essere progettate per includere dai 30 minuti alle 2 ore di attivita’. La durata dovrebbe dipendere dalle circostanze del singolo partecipante e dalla natura dell’attività stessa.

Secondo il documento le sessioni si dovrebbero svolgere idealmente almeno tre volte a settimana, prima di mezzogiorno o comunque dovrebbero terminare almeno 2 ore prima che i partecipanti vadano a dormire. Un’attenzione particolare va data all’ambiente in cui si svolge l’attività, che dovrebbe essere sicuro e inclusivo, un posto in cui le persone si possano sentire fisicamente, psicologicamente e socialmente a proprio agio. L’intensità delle attivita’ dovrebbe poi mirare preferibilmente a un livello moderato, considerando sempre come priorita’ la capacita’ dei partecipanti.

Nessuna forzatura. La partecipazione al programma di attività sportiva deve essere volontaria e prima di intraprenderla i partecipanti vanno informati. Il programma promuove poi l’impegno continuo nell’attività fisica, anche oltre la durata prevista. Durante tutto il programma, gli istruttori dovrebbero fornire ai partecipanti supporto, guida e informazioni sulle opportunità per un impegno continuo nell’attività fisica. “E’ essenziale che programmi di questo tipo siano inseriti in un percorso condiviso da professionisti della salute mentale e professionisti dello sport che abbiano una reciproca conoscenza delle diverse aree”, ha sottolineato nel corso del webinar Stefania Cerino, psichiatra esperta nella riabilitazione psichiatrica attraverso lo sport, evidenziando l’importanza del lavoro di equipe multidisciplinare. Ha ribadito lo stesso concetto anche Francesca Cirulli, ricercatrice senior presso l’Istituto superiore di sanità, puntando subito l’attenzione sulle criticità da affrontare: in primis quella di strutturare il progetto sul territorio per far sì che gli interventi non rimangano solo spot. “Questo progetto è stato importante- ha rimarcato Cirulli- perché ci ha aperto gli occhi su tante cose, ci ha fatto capire quello che ancora dobbiamo fare e verso cosa dobbiamo tendere”.

Uno sforzo “fondamentale” quello portato avanti dalle linee guida, perché “ha creato informazioni e stimolato il passaggio dagli studi di efficacy a come metterli in campo”, ha concluso Mauro Giovanni Carta, psichiatra, professore dell’Università degli Studi di Cagliari.


Marta Liliana Boresi

    Lascia il tuo commento

    Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato.*

    diciannove − 3 =