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Olimpiadi, come nel 1982?

L’atletica è uno sport individuale per eccellenza. Chi l’ha praticata, sa bene che quando parti per una corsa, per un salto o per un lancio, sei assolutamente solo contro te stesso. Gli avversari? Puoi temere che facciano meglio di te, ma l’interrogativo che più ti angoscia non è se sarò migliore degli altri. Piuttosto ti chiedi se riuscirai a dare il meglio di te stesso e a compiere alla perfezione quello a cui ti sei preparato.

Eppure, è provato che quando nella tua squadra c’è un’atmosfera positiva, anche le prestazioni di ciascuno ne guadagnano quasi per magia. Da una parte è una questione di emulazione. Ti rendi conto che il campione non è altro che un ragazzo o una ragazza come te e tu ne puoi seguire l’esempio e sognando i suoi stessi risultati finisci per perseguirli e talora per ottenerli. Dall’altra, il condividere i colori con campioni e amici ti dà un senso di sicurezza e di responsabilità. Se l’atmosfera è sospettosa e scoraggiata, tutti ne risentono.

Le emozioni positive nello sport contano per quel secondo o per quel centimetro che fanno una differenza sostanziale. Le medaglie di Jacobs, della staffetta e di tutti gli altri sono merito dei singoli atleti, ma anche di tutta la squadra. Non è un caso che gran parte dei partecipanti alle olimpiadi, anche quelli passati inosservati, abbia superato i record personali. Le ottime prestazioni e le medaglie d’oro che hanno ottenuto gli atleti meno noti sono anche merito di Tamberi e Jacobs, di allenatori e dirigenti. Hanno svolto una parte essenziale anche coloro che hanno commentato alla televisione e alla radio con competenza, entusiasmo e, al momento opportuno, con quella leggerezza che non dovrebbe mai mancare quando si parla di sport. Quando e dove è cominciato questo circolo virtuoso che ha innescato un crescendo di fiducia e di emozione positiva tra gli italiani? Non solo alle olimpiadi…

Mi sembra di rivivere il 1982. Quando l’Italia vinse il Mondiale di calcio. Si usciva da un periodo triste e difficile. Dopo di allora vennero anni in cui l’Italia, che io vedevo dall’altra sponda dell’Atlantico, era considerata il luogo migliore in cui vivere e un Paese apprezzatissimo in tutto il mondo per la sua società, economia, politica estera. Per la cultura e l’arte lo è sempre stata.

Quest’anno abbiamo vinto l’Eurofestival, gli europei di calcio e un profluvio di medaglie importanti alle olimpiadi nell’atletica, nel nuoto e in altre discipline. Il PIL cresce e la generazione Zeta (i nati dopo il ‘96) si affaccia all’età adulta così come negli anni Ottanta i nuovi giovani, impegnati nel lavoro, ma anche edonisti quel che bastava e felici, sostituivano i più tristi boomers che pure avevano cambiato il mondo e preparato loro il terreno per una ripartenza.

Anche oggi stiamo per ripartire dopo una crisi ultradecennale? Non bastano lo sport e le canzonette per cambiare la società. Ma aiutano; o forse questi successi e questo entusiasmo sono la conseguenza della rinascita dell’Italia. Oppure non c’entra niente, ma a noi piace crederlo e se lo crediamo diventa vero. Speriamo che non si tratti di uno stato d’animo collettivo effimero.

Tutti noi “abbiamo” vinto la medaglia d’oro dei cento metri e della staffetta. Ma solo se sapremo sentircene parte condividendo, ciascuno nella propria vita quotidiana, l’impegno, la disciplina e soprattutto l’entusiasmo e la coesione delle nostre squadre. Anche noi italiani siamo una squadra di atletica dove contribuiamo al successo di tutti facendo ciascuno la propria gara.


Corrado Poli

Docente / Scrittore

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