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Alba Ucraina, un viaggio-racconto oltre la frontiera di Medyka

Una colonna di persone alla frontiera di Medyka, sotto il sole della domenica della Pasqua ortodossa, affronta il viaggio a piedi. Alle loro spalle l’Ucraina: di fronte c’è la strada che porta a Peremeshyl, il primo paese polacco. Questa scena ne riporta alla mente altre. Carlo, diplomatico, lavora per la Farnesina a Lyviv e mi accompagna in questa esperienza troppo breve per definirla un viaggio.

E’ un viaggio che comincia a Cracovia nell’aeroporto dedicato a Giovanni Paolo II, il Papa polacco che tanto si spese affinché i muri della guerra fredda non ci fossero più. Sono le 8 di sera: Carlo ed io ci incrociamo agli arrivi dello scalo polacco. In auto (non blindata) percorriamo la strada verso la frontiera. Non c’è il tempo dei convenevoli : dopo 15 minuti scatta l’allarme del telefono. Carlo mi rassicura: “Ti dovrai abituare, di questi ne sentirai molti”. Scarico anche io la app sul telefono, mentre lui mi spiega la differente tipologia di suoni che preannunciano un potenziale rischio o attacco. “Ce ne sono di tre tipi. Il più debole si chiama Mig 31”, spiega Carlo. In quel caso aerei militari si sono alzati in volo nell’area dove ci troviamo, quasi sempre a scopo perlustrativo. Il segnale intermedio sono i droni o missili balistici, anche se intercettati dalla contraerea ucraina.

 

“Nel 95% dei casi questi attacchi vengono neutralizzati ma la app li segnala comunque perché, anche se intercettati, il rischio è pezzi di un missile possano cadere a terra provocando danni tra i civili”, precisa la nostra guida. In questi casi – a me non capiterà mai durante questo breve viaggio – avremmo fra i 3 e i 6 minuti di tempo per raggiungere un rifugio sotterraneo che, nel caso nostro, corrisponde al garage del palazzo residenziale dove abitiamo, nel pieno centro di Leopoli. “Il segnale più pericoloso è quello dei missili supersonici”, avverte Carlo che ricorda come a lui sia capitato a Kyiv di vivere questa terribile esperienza. “Quando arriva l’allarme sul cellulare è troppo tardi. Il missile ha già colpito nell’area dove ci si trova”, spiega. Bisogna solo sperare che non tocchi a te, sintetizza. Partendo alle 20 da Cracovia, il mio amico ed io ci rendiamo subito conto che non saremmo mai arrivati alla frontiera con l’Ucraina prima del coprifuoco, previsto per mezzanotte.

Siamo costretti a fermarci per dormire, in auto. Giusto un’ora e mezzo, il tempo di riprendersi e rimettersi alla guida. Alle 3.43 ora polacca arriviamo alla frontiera: mostriamo i passaporti prima ad un poliziotto di guardia alla frontiera polacco, poi a due militari ucraini. Alle 3.59 ora locale, 4.59 ora di Kyiv – dopo i dovuti controlli (ci chiedono di aprire il bagagliaio), siamo in terra Ucraina. Per me è la prima volta.

 

 

Ricorderò per sempre l’alba. Il sole sta per sbucare all’orizzonte, quando ci rimettiamo alla guida attraversando le campagne che precedono Lyviv. Il cielo si colora di 1000 sfumature. Già, d’altronde, la Natura, la sua bellezza, quasi sembra non accorgersi che questo Paese è in guerra.

A Leopoli arriviamo alle 6.27. Le strade iniziano a riempirsi di auto. Una signora, ai bordi di un boulevard centrale, spazza i marciapiedi. Piano piano la città si sveglia e, rispettando il copione di una apparente normalità, di lì a poco notiamo gente ai semafori, donne alla guida dei tram e i cafè che cominciano a riempirsi per le prime colazioni. Con Carlo passiamo di fronte alla sede del Governatorato militare di Lyviv: la sede è completamente transennata. “Le amministrazioni civili sono state destituite. Quando si è in guerra, vige la legge marziale”, racconta.

Alle 15.35 – eravamo seduti ad un caffè , in uno dei bar più eleganti della città – l’allarme suona: “Hanno colpito Kyiv”, spiega Carlo.

Col passare delle ore, Lyviv ci restituisce tutto il suo splendore. La città – che ha nel suo simbolo un leone e un castello – sembra quasi non volersi arrendere all’idea che una guerra possa spegnere qualsiasi possibilità di vita. Passeggiando per il centro, Carlo mi fa notare come le finestre delle cattedrali siano rivestite di coperture metalliche per proteggere i fedeli all’interno degli edifici religiosi da eventuali deflagrazioni provocati dai bombardamenti. Proprio domani (è il 5 maggio) l’Ucraina celebrerà la Pasqua ortodossa e, proprio per questo motivo, le autorità di Kyiv hanno intensificato le misure di sicurezza e nel timore di attacchi russi hanno invitato i cittadini a seguire i servizi religiosi on line, in remoto.

La domenica mattina, dopo una colazione molto light, facciamo un giro in pieno centro: per le strade notiamo uomini e donne vestiti con costumi tipici. Ci sono tanti bambini, sono loro – più di chiunque altro – a rendere questa domenica una giornata di festa. Uno di loro uscendo dalla chiesa, mi batte un cinque e mi regala un sorriso di complicità. “Gli ucraini, quando incontrano stranieri occidentali, reagiscono positivamente: non si sentono abbandonati”, spiega Carlo che ci racconta di un Paese che si sente già europeo. “Hanno già cambiato i nomi delle strade e degli hotel, abolito le feste sovietiche come il Natale ortodosso”.  Al contrario gli anziani, soprattutto nell’Est del Paese, continuano a parlare russo essendo questa la lingua del lavoro.  “Fino a 15-20 anni fa, qui si parlava russo e ucraino. Il russo era molto diffuso considerando che la cultura dominante era proprio quella sovietica fonte dei principali contenuti culturali come cinema e tv”.  E’ il momento di tornare alla frontiera.

 

Mi assale una grande sensazione di tristezza.  “Dobre (che vuol dire buongiorno)”, esordisce un militare che si affaccia all’altezza del finestrino della nostra auto. “vis is doie (voi siete due)?”, ci chiede. La domanda può sembrar banale ma in realtà non lo è. Pochi minuti dopo, il militare ucraino ci chiede di aprire il bagagliaio: dentro potremmo (potenzialmente) nascondere un cittadino maschio e, in tal caso, scatterebbe l’accusa di falso , reato per il quale un personale di ambasciata rischia l’arresto in flagranza. D’altronde, quando si è in guerra, alla popolazione maschile (fra i 26 e i 55 anni) è vietato abbandonare il proprio Paese. “Stanno svolgendo una campagna di arruolamento, soprattutto tra i giovani”, racconta Carlo che mi accompagna lungo la corsia del Corpe diplomatique. “Questo popolo non merita di soffrire – mi dice Carlo mentre, dentro di me, piovono lacrime – . Tutto questo un giorno finirà”.  Non ci sarà più un qui e un altrove.

 


Salvo Ingargiola

Giornalista

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