Regimi e taccuini per viver sani: i linguaggi della salute nel medioevo

 

di Nelli-Elena Vanzan Marchini*

Nell’Alto Medioevo i linguaggi della salute,  oltre ad avvalersi dei tradizionali e specialistici saperi medico e chirurgico, appannaggio dei professionisti della cura, furono caratterizzati da una letteratura divulgativa indirizzata a sovrani e potenti per fornire loro  indicazioni sui regimi di vita che ne tutelassero la  salute. Continua a leggere “Regimi e taccuini per viver sani: i linguaggi della salute nel medioevo”

L’omologazione di Venezia alla peggiore terraferma. Brutture e rischi nella città dalle molte lune.

di Nelli-Elena Vanzan Marchini*

La luce di Venezia moltiplicata dall’acqua, che la percorre e la penetra, è senz’altro un patrimonio intangibile, diffuso e specifico della città anfibia.  Una costante negli scritti dei viaggiatori di ogni secolo è la sensazione di ammirato stupore prodotto dai riflessi guizzanti  dell’acqua sui palazzi che sembrano palpitare di vita. Continua a leggere “L’omologazione di Venezia alla peggiore terraferma. Brutture e rischi nella città dalle molte lune.”

I puteali veneziani. Storia di ieri e ignoranza di oggi

 di Nelli Vanzan Marchini*

In ogni campo di Venezia, all’interno di ogni corte di palazzo, nei chiostri di ogni monastero, spiccano uno o più  puteali,. Oggi vi bivaccano turisti ignari della vitale  e antica funzione  che assolvevano  raccogliendo e conservando l’acqua potabile. (foto in alto). Continua a leggere “I puteali veneziani. Storia di ieri e ignoranza di oggi”

7 giugno 1880, “un bolide splendidissimo traversava il cielo”

.di Carlotta Fassina*

Non era un giorno festivo, era un martedì, e forse a quell’ora erano in giro per le piazze del Veneto pochi uomini in abito da sera scuro, accompagnati dalle loro dame dai vestiti lunghi e aderenti in vita e dall’immancabile cappellino in capo. Quel bagliore improvviso, così forte da rischiarare a giorno le piazze, fu probabilmente una grande sorpresa. Continua a leggere “7 giugno 1880, “un bolide splendidissimo traversava il cielo””

Cambiamenti climatici, quando l’uomo rivoluziona il mondo

di Carlotta Fassina*

Ormai non è più questione di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto perché i cambiamenti climatici sono un dato di fatto, nonostante le resistenze di coloro che o non vogliono accorgersene oppure ritengono che siano imputabili a periodiche cause naturali. Elisa Palazzi, ricercatrice dell’ISAC, Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR, lo ha spiegato in modo chiaro e curato alla serata del 30 maggio organizzata da Città della Speranza e CICAP a Palazzo Moroni a Padova. Continua a leggere “Cambiamenti climatici, quando l’uomo rivoluziona il mondo”

Venezia , il referendum negato: la specificità  tradita

di Nelli-Elena Vanzan Marchini*

Il Governo Gentiloni,  oramai in chiusura, ha presentato tramite l’Avvocatura Generale dello Stato ricorso presso la Corte Costituzionale contro la Regione del Veneto che ha indetto con delibera del 13 marzo scorso il referendum consultivo per la divisione fra Mestre e Venezia fissato per il 30 settembre. Per chi non vive a Venezia  e non sa che nella   città cartolina amata da tutto il mondo si sta consumando  una trasformazione che sta uccidendo la vita dei residenti, va data qualche informazione.

La specificità ambientale di Venezia nella sua laguna è una realtà inconfutabile.  E’  innegabile pure l’unicità  della civiltà anfibia che,  con il suo assetto istituzionale e i suoi interventi tecnici sull’ambiente  ha impedito  nei secoli la trasformazione della laguna in pianura o in mare per il prevalere dell’Adriatico  o dei detriti dei fiumi come è accaduto nelle altre parti del mondo.  Questa è  la  storia e la memoria di un corpo urbano organizzatosi in un arcipelago   la cui periferia è costituita dalle acque lagunari oltre alle quali inizia la civiltà di terraferma con tempi  e spazi totalmente diversi.  Da sempre i residenti hanno una connotazione antropologica determinata dall’habitat particolare che nei secoli hanno plasmato.

Solo nel 1926 Venezia Mestre e Marghera vennero unite in unico comune. Allora la volontà politica di realizzare la grande Venezia fu dettata dal progetto economico, industriale e portuale che necessitava di estendere Venezia oltre gli storici confini che la Repubblica aveva definito con i cippi della conterminazione lagunare.   La vetusta città insulare  bisognosa di restauri avrebbe tratto ricchezza dalla  nuova economia marittima di Porto Marghera con la sua città operaia; Mestre avrebbe garantito l’espansione urbana per  la popolazione del ceto medio-basso offrendo residenze sane  a prezzi contenuti;  il Lido sarebbe  decollato  come stazione climatica e polo turistico mondano dotato di Casinò, mostra del Cinema e attrezzature sportive.

Realtà così diverse per natura e cultura  vennero composte in epoca fascista in una unica metropoli le cui contraddizioni dalla seconda fine del Novecento spinsero a quattro referendum per la separazione e per il ripristino dei diversi Comuni. Prevalse sempre la convinzione che la modernizzazione di Venezia derivasse dalla sua omologazione a modelli di terraferma mentre posizioni ideologiche nazionalistiche di destra e internazionalistiche di sinistra tacciarono di campanilismo l’esigenza di restituire alla città i suoi confini naturali dandole uno statuto speciale. Eppure fin dall’alluvione del 1966 Venezia aveva mostrato la sua fragilità e gli  onerosi costi per la sua conservazione.  L’impegno economico dei Comitati internazionali dei privati consentì il restauro di gran parte suo patrimonio artistico. Il governo italiano con la  legge speciale stanziò fondi per il recupero della città con una ricaduta  di finanziamenti sull’intero Comune. Ciò  rafforzò  gli interessi politici a tenere coesa la grande Venezia con un elettorato in terraferma  sempre più numeroso a fronte di quello  in continuo  calo demografico della Venezia insulare.

La parziale chiusura di Porto Marghera e lo smisurato aumento del turismo  hanno mutato radicalmente gli scenari. A fine Novecento la speculazione alberghiera ha sottratto spazi vitali ai veneziani  e ha  moltiplicato  l’offerta di posti letto  nell’entroterra. La sua richiesta nel mercato turistico si è  infatti impennata rivelando la sua relativa  capacità ricettiva. I flussi turistici giornalieri provenienti dalla terraferma sono diventati  invasivi e insostenibili poiché non stati gestiti con una offerta qualificata di servizi che selezionassero la domanda. I 30  milioni di presenze l’anno a fronte di circa 50.000 residenti (81.000 in tutta la Venezia anfibia) sono la chiara dimostrazione di come non si sia riusciti o non si sia voluto pilotare questo turismo. Anzi, continuando a puntare sul numero e non sulla qualità con usura della città e ricaduta di guadagno al suo esterno, recentemente sono stati costruiti edifici alla Stazione di Mestre per 5000 posti letto a prezzi economici  che vivono sull’offerta di Venezia nel mercato del turismo mordi e fuggi che la sta devastando. I trasporti acquei più costosi, ma molto  affollati  e  redditizi, sono stati uniti a quelli di terraferma favorendo i collegamenti  su gomma del  bacino elettorale delle periferie.  Le attività produttive si sono spostate a Mestre perché le varie giunte non hanno mai utilizzato gli incentivi europei per la specificità insulare veneziana il cui peso elettorale andava scemando.

La città monumentale  è erosa dal cancro degli alberghi che acquistano e trasformano case e palazzi, in primis quelli  degli enti pubblici. La qualità della vita è logorata dalle attività parassitarie del turismo  che soppiantano i servizi vitali per i residenti e l’artigianato locale.  Strade e calli sono intasate da  flussi  di visitatori privi  di una programmazione che li renda sostenibili e che offra una ospitalità decorosa.  La gente bivacca sui ponti, gira come fosse in spiaggia, si denuda, si rinfresca nei canali, consuma a terra colazioni al sacco che acquista nei molti negozi che le vendono senza pagare il plateatico che  i loro clienti occupano per consumarla.

La città, un tempo  celebre per le sue tipografie e per  l’editoria non ha più librerie, in cambio ogni edicola, ogni negozio vende paccottiglie e souvenir.   Il patrimonio umano costituito dai residenti, che per secoli hanno  garantito sopravvivenza e manutenzione al patrimonio urbano, ha sempre minori servizi e dispone di spazi  vitali  sempre più angusti. Il veneziano non fruisce di  parcheggi  pubblici  né per terra né per acqua.  Per contrastare il preoccupante e inevitabile calo demografico dei residenti  non una proposta politica. Oltre all’offerta per i giovani di luminose carriere di camerieri ai piani e di commessi  negli store,  nessun politico negli ultimi decenni ha  cercato  di  invertire questa devastante  tendenza economica e demografica  divenuta drammatica in quest’ultimo periodo.  Purtroppo  è più redditizio  in termini di consenso  elettorale  lasciare che l’ampio bacino di terraferma (180.000 voti) continui a sfruttare il turismo di massa  su  Venezia piuttosto che invertire il trend .  Eppure le occasioni non erano mancate.  Da Brexit all’agenzia europea dei farmaci , la candidatura veneziana  come sede di  qualche   attività economica di valenza internazionale avrebbe potuto essere una buona idea. Non solo non vi è stato alcun tentativo di innestare attività remunerative che non vivessero di turismo, ma si è incrementato l’esodo di quelle esistenti dal Gazzettino alla Camera di Commercio  ora persino la Regione vende la sede della Giunta a Palazzo Balbi che diventerà probabilmente l’ennesimo Hotel.  Se fino a qualche tempo fa si poteva pensare di vivere di turismo oggi è certo che Venezia di questo turismo può solo morire e in tempi rapidi.

L’attuale  Giunta del grande Comune ha solo consiglieri di terraferma e oramai ai  residenti non resta che cercare di pilotare il  processo referendario per  avere  una rappresentanza politica in un Comune autonomo.   E probabilmente solo uno statuto speciale e il sostegno internazionale potranno  aiutarli a realizzare  il  salvataggio in extremis della vita di  Venezia e della sua laguna.  E’ evidente, infatti, che  nel mondo globalizzato, che appiattisce le differenze nell’indifferenziato  mercato  dei consumi,  questa battaglia per la tutela della civiltà anfibia è una battaglia per la difesa di quella specificità antropologica, culturale e monumentale che proprio  per la loro unicità e diversità  sono  patrimonio  della intera umanità.   E’ per questo che il referendum per la separazione del Comune di Venezia da Mestre  costituisce l’ultima speranza di spezzare il circolo vizioso fra l’ offerta squalificata di Venezia e il suo degrado fisico e  socio culturale e  l’ultima occasione per sostenere il diritto all’autodeterminazione di una minoranza.

 Per approfondimenti sulla storia della specificità Veneziana: Nelli-Elena Vanzan Marchini, Venezia Civiltà Anfibia, Verona, CIERRE 2009


WIN_20180303_15_17_26_Pro*Docente e scrittrice

Il grande business della “Teriaca veneziana” ai tempi della Serenissima

di Nelli-Elena Vanzan Marchini*

Nessun farmaco come la Teriaca godette di fama e fortuna per un periodo tanto lungo,  essendo stato impiegato contro molti mali  dall’antichità fino al XX secolo. Usata  in Egitto probabilmente già dal IV-III secolo a.C., la teriaca più che un vero e proprio farmaco inizialmente era un insieme di antidoti. Infatti il termine greco theriaké dall’indoeuropeo therion significa “animale velenoso” la cui carne si riteneva efficace per contrastare il veleno iniettato dal morso di animale  o somministrato con gli alimenti. Continua a leggere “Il grande business della “Teriaca veneziana” ai tempi della Serenissima”

Mare e salute al Lido di Venezia: fortuna e tramonto delle terapie naturali

di Nelli-Elena Vanzan Marchini*

I primi stabilimenti balneari che sorsero al  Lido di Venezia nel corso dell’Ottocento erano attrezzati   per garantire la salute e il vigore fisico che “l’onda viva del mare” offriva con il suo corroborante amplesso. Dal XVIII secolo  la ricerca scientifica aveva  valorizzato infatti il potere  terapeutico  dell’uso  interno ed  esterno  dell’acqua  sia di fonte che di mare.

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Il suicidio di Giuseppe Jona, “il medico dei poveri”, presidente della Comunità Ebraica di Venezia

di Nelli-Elena Vanzan Marchini*

Il 16 settembre 1943, nel Ghetto di Venezia, il rabbino Adolfo Ottolenghi sta celebrando le nozze di Fausta Brandes e Angelo Calimani quando giunge la notizia che il presidente della comunità ebraica, Giuseppe Jona, si è suicidato. La lieta cerimonia si trasforma in una triste commemorazione del professor Jona, ma soprattutto i presenti si rendono conto con angoscia della rapidità con la quale si sta aggravando la situazione per gli ebrei. I due sposi, allarmati, non rientrano a casa e passano la notte all’Hotel Rialto come turisti, il giorno dopo prendono la strada per la Svizzera. Come loro molti ebrei scappano. Continua a leggere “Il suicidio di Giuseppe Jona, “il medico dei poveri”, presidente della Comunità Ebraica di Venezia”

La scena operatoria: dolore e aspettative di vita dall’Ancien Régime a Gallucci

di Nelli Elena Vanzan Marchini*

Nel Quattrocento se un chirurgo doveva eseguire una amputazione e non aveva con sé i suoi attrezzi, si faceva prestare da un falegname seghe e scalpelli.   La chirurgia era strettamente  apparentata all’arte dei barbieri che per il proprio ordinamento (Capitolare del 1270)  tagliavano  barbe e capelli, praticavano i salassi, prescritti abitualmente dai medici per purificare il corpo dalle malattie, e curavano “bruschi e sgrafadure”. I barbieri-chirurghi  curavano i feriti sui campi di battaglia e si imbarcavano per assistere gli equipaggi delle navi da guerra. Continua a leggere “La scena operatoria: dolore e aspettative di vita dall’Ancien Régime a Gallucci”